L’uccisione di Anastasiia Berezovska vicino a Kiev e l’arresto a Roma di due ex appartenenti all’intelligence italiana mostrano due volti differenti della guerra segreta: da una parte una donna forse utilizzata e poi eliminata, dall’altra uomini che avrebbero venduto informazioni per denaro. Il comune denominatore è la Russia, ma non lo sono le motivazioni

Le guerre non si combattono soltanto nelle trincee, nei cieli o attraverso i droni. Esiste una guerra più silenziosa, nella quale le armi sono identità coperte, denaro, ricatti, documenti classificati e vite considerate spendibili. Due vicende emerse nelle stesse ore — l’uccisione in Ucraina della donna sospettata dell’attentato contro l’imprenditore filorusso Vadim Yermolayev e l’arresto a Roma di due ex appartenenti ai servizi italiani accusati di aver ceduto informazioni alla Russia — raccontano questa zona oscura. Ma non possono essere poste sullo stesso piano morale. La donna può essere stata ingranaggio e vittima di una guerra più grande di lei; gli italiani, secondo l’accusa, avrebbero invece tradito lo Stato per denaro.

La guerra che non compare sulle carte geografiche

Ogni conflitto possiede due livelli. Il primo è visibile: eserciti, missili, confini, città bombardate, dichiarazioni dei governi. Il secondo rimane nell’ombra: reclutamento di fonti, sabotaggi, operazioni coperte, eliminazione di testimoni, compravendita di segreti.

La guerra tra Russia e Ucraina ha moltiplicato queste attività in tutta Europa. Ambasciate, basi militari, aziende strategiche, centri di ricerca e apparati dello Stato sono divenuti luoghi di una competizione permanente. La distinzione tra tempo di guerra e tempo di pace si è fatta sempre più sottile.

In questo scenario si collocano due storie molto diverse, accomunate però dal mondo dei servizi e dal confronto con Mosca.

La prima riguarda Anastasiia Berezovska, sospettata di aver partecipato al tentativo di assassinare nel Principato di Monaco l’imprenditore di origine ucraina Vadim Yermolayev, descritto come vicino agli interessi russi. Il corpo della donna è stato trovato nei pressi di Kiev, con ferite da arma da fuoco. Due persone sono state arrestate: un funzionario dell’intelligence militare ucraina e un ex agente delle forze dell’ordine. Uno dei fermati avrebbe confessato l’omicidio, sostenendo di avere agito di propria iniziativa e senza informare i superiori. Sono circostanze sulle quali le autorità ucraine stanno ancora indagando.  

La seconda vicenda si svolge a Roma. Due ex appartenenti all’intelligence italiana sono stati arrestati nell’ambito di un’inchiesta della procura capitolina e del Ros. Secondo l’accusa, avrebbero fornito a un funzionario dell’ambasciata russa informazioni riservate sulla sicurezza nazionale, ottenendo in cambio somme di denaro. Tra le notizie che sarebbero state cedute figura anche l’identità di agenti impegnati nel controspionaggio.  

Anastasiia, pedina e possibile vittima

Sulla morte di Berezovska è necessario usare prudenza. Non sappiamo ancora con certezza chi abbia ordinato l’omicidio, quale fosse la rete nella quale si muoveva la donna e se la sua eliminazione sia stata decisa per impedirle di parlare, per punirla, per regolare conti interni oppure per cancellare una traccia compromettente.

Ma proprio questa incertezza illumina la logica spietata delle operazioni clandestine.

Una persona può essere reclutata, finanziata, istruita e inviata a compiere un’azione. Fino a quel momento è considerata utile. Quando l’operazione fallisce, quando rischia di essere arrestata o quando conosce troppi nomi, può diventare improvvisamente pericolosa.

Nel linguaggio brutale dei servizi, una risorsa può trasformarsi in un problema.

È plausibile — ma non ancora provato — che Berezovska sia stata considerata sacrificabile. Potrebbe essere stata uccisa perché sapeva troppo, perché non doveva parlare oppure perché qualcuno intendeva vendicarsi del fallimento dell’attentato. Qualunque sia la spiegazione, la sua fine rivela la disumanizzazione prodotta dalla guerra clandestina: la persona scompare e rimane soltanto la funzione che le era stata assegnata.

La donna non deve essere trasformata in un’eroina innocente senza conoscere le sue responsabilità. Era ricercata per un tentato omicidio gravissimo. Ma anche chi ha partecipato a un’azione criminale conserva una dignità che nessun apparato può cancellare. Doveva essere arrestata, interrogata e processata, non eliminata.

In uno Stato di diritto persino il colpevole ha il diritto di non essere trattato come materiale usa e getta.

Le possibili motivazioni della donna

La guerra in Ucraina rende comprensibile, pur senza giustificarlo, il contesto nel quale una persona può essere trascinata verso azioni estreme.

Dopo anni di invasione, bombardamenti, lutti e distruzioni, il confine tra difesa nazionale, vendetta personale e attività terroristica può diventare pericolosamente confuso. Chi ha perduto familiari, casa o futuro può convincersi che qualunque mezzo sia legittimo contro chi considera complice dell’aggressore.

È possibile che Berezovska fosse motivata dal denaro. È possibile che fosse mossa da convinzioni politiche, da un desiderio di vendetta o da una combinazione di interessi e ideologia. Senza risultanze investigative, nessuna di queste ipotesi può essere affermata come verità.

La guerra, tuttavia, offre una cornice nella quale le sue eventuali motivazioni diventano almeno intelligibili. Non necessariamente accettabili, ma intelligibili.

Un cittadino ucraino può percepire un oligarca filorusso non come un semplice imprenditore, ma come una parte dell’apparato che sostiene o favorisce il nemico. Da qui al tentativo di ucciderlo, però, si apre l’abisso che separa il conflitto armato dalla giustizia sommaria.

Comprendere il movente non significa assolvere il gesto.

Gli italiani e la banalità del tradimento

Molto meno comprensibili, sul piano morale, appaiono le motivazioni attribuite ai due ex uomini dei servizi arrestati a Roma.

Secondo l’accusa, non avrebbero agito per difendere il proprio Paese, per convinzione ideale o perché coinvolti in una guerra sul loro territorio. Avrebbero ceduto informazioni sensibili in cambio di denaro.

Se le accuse saranno confermate, non saremmo davanti al dramma di persone trascinate da un conflitto, ma alla banalità dell’avidità.

Chi ha lavorato nei servizi conosce meglio di ogni altro il valore di un’identità coperta, la vulnerabilità di un agente esposto e il danno che la diffusione di informazioni classificate può infliggere allo Stato. Non può sostenere di non sapere.

Rivelare i nomi di uomini impegnati nel controspionaggio significa mettere a rischio persone, operazioni, famiglie e reti di collaborazione costruite in anni di lavoro. Significa offrire a una potenza straniera non una semplice informazione, ma una parte della capacità difensiva del proprio Paese.

Il denaro, in questo caso, non è soltanto il compenso di un reato. È la misura morale del tradimento.

Si può dissentire dalla politica italiana nei confronti della Russia. Si può considerare sbagliato l’invio di armi all’Ucraina, criticare la Nato, chiedere negoziati o sostenere una diversa strategia diplomatica. Tutto ciò appartiene alla libertà democratica.

Vendere segreti a una potenza straniera è un’altra cosa.

Non è pacifismo, dissenso o libertà di opinione. È, ove provato, una violazione consapevole dei doveri assunti verso lo Stato.

Il comune denominatore russo

La Russia appare al centro di entrambe le vicende, ma in posizioni differenti.

Nel caso di Monaco e Kiev, l’obiettivo dell’attentato sarebbe stato un imprenditore indicato come filorusso. L’ombra di Mosca è dunque quella del conflitto ucraino, delle reti economiche e delle fedeltà che attraversano gli oligarchi dell’area post-sovietica.

Nel caso italiano, la procura ipotizza invece una vera attività di acquisizione di informazioni da parte di un funzionario dell’ambasciata russa. L’ambasciata, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe costituito il punto di contatto con gli ex agenti italiani.  

Non è una novità assoluta. Nel 2021 l’ufficiale della Marina Walter Biot fu arrestato mentre consegnava documenti riservati a un ufficiale russo in cambio di denaro. Il nuovo caso, se confermato, mostrerebbe che l’Italia continua a essere considerata un terreno utile per l’intelligence di Mosca.

Questo non significa alimentare una russofobia indiscriminata. La cultura russa, il popolo russo e gli interessi del Cremlino non sono la stessa realtà. Ma sarebbe ingenuo ignorare le attività di spionaggio condotte dalla Federazione Russa nel cuore dei Paesi europei.

La guerra ha accresciuto il valore delle informazioni militari, energetiche, diplomatiche e tecnologiche. Un nome, una password, una relazione interna o la posizione di un agente possono avere conseguenze superiori a quelle di un’arma.

Ambasciate e coperture diplomatiche

Le ambasciate sono luoghi di rappresentanza, dialogo e tutela degli interessi nazionali. Ma storicamente sono anche uno dei principali spazi di copertura per l’attività di intelligence.

Un funzionario accreditato diplomaticamente può muoversi, incontrare interlocutori e mantenere contatti con una libertà che una normale spia non avrebbe. Quando viene scoperto, l’immunità può impedire un procedimento penale, lasciando allo Stato ospitante lo strumento dell’espulsione.

È uno dei paradossi della diplomazia: le strutture create per mantenere aperto il dialogo possono essere utilizzate per condurre attività ostili.

Per questo la risposta non può limitarsi agli arresti degli eventuali traditori italiani. Occorre ricostruire la rete dei contatti, capire quali informazioni siano state acquisite, valutare il danno prodotto e verificare se esistano altre fonti all’interno degli apparati pubblici.

Il controspionaggio non consiste soltanto nel catturare una persona. Deve comprendere come sia stata avvicinata, quali debolezze siano state sfruttate e perché i sistemi di sicurezza non abbiano individuato prima la fuga di notizie.

Il prezzo di un’identità rivelata

Tra le contestazioni più gravi vi sarebbe la rivelazione dell’identità di personale impegnato nel controspionaggio.

Dietro questa formula burocratica vi sono persone reali. Uomini e donne che operano senza notorietà, spesso senza poter raccontare ai familiari la natura esatta del proprio lavoro. Se un’identità viene compromessa, l’agente può essere sorvegliato, ricattato, escluso da future attività o costretto a cambiare completamente vita.

Può inoltre risultare compromessa ogni persona che abbia avuto contatti con lui: informatori, funzionari stranieri, militari, diplomatici.

Un singolo nome può bruciare un’intera rete.

È per questo che il tradimento di chi proviene dai servizi appare particolarmente odioso. Non si tratta di un estraneo che riesce a sottrarre dati. È qualcuno che conosce le procedure, la sensibilità delle informazioni e le conseguenze della loro diffusione.

L’esperienza accumulata per proteggere lo Stato viene rovesciata e impiegata contro di esso.

Quando il servitore diventa padrone del segreto

Gli apparati di sicurezza vivono di una fiducia eccezionale. Lo Stato permette ad alcune persone di conoscere ciò che deve restare ignoto alla maggioranza dei cittadini. Questa eccezione democratica è giustificata soltanto dal servizio al bene comune.

Il segreto, però, può generare una pericolosa deformazione. Chi lo custodisce può finire per considerarsene proprietario. Può convincersi che le informazioni apprese siano un capitale personale da utilizzare, spendere o vendere.

Ma il segreto di Stato non appartiene all’agente.

Non è una merce acquisita in anni di carriera. Appartiene alla comunità nazionale e viene affidato temporaneamente a chi è chiamato a proteggerla.

Anche dopo il pensionamento o il trasferimento a un altro incarico, il vincolo non scompare. La cessazione dal servizio non trasforma le conoscenze riservate in un patrimonio privato.

Vendere quelle informazioni significa privatizzare la sicurezza collettiva.

La vulnerabilità umana degli apparati

Ogni sistema di intelligence possiede tecnologie, procedure di verifica, controlli interni e livelli di autorizzazione. Ma il suo punto debole rimane l’essere umano.

Le persone possono essere comprate, sedotte, ricattate o manipolate. Possono sentirsi trascurate dall’amministrazione, coltivare rancori, attraversare difficoltà economiche o cercare il riconoscimento che ritengono di non avere ricevuto.

I servizi stranieri studiano precisamente queste crepe.

Non reclutano necessariamente chi condivide la loro ideologia. Cercano chi ha un bisogno: denaro, rivalsa, prestigio, protezione o appartenenza. Il lavoro dell’intelligence consiste nel trasformare quel bisogno in dipendenza.

Gli arresti di Roma impongono quindi una riflessione più ampia. Non basta chiedersi quanto denaro sia stato pagato. Bisogna comprendere come persone addestrate al controspionaggio possano essere passate dall’altra parte.

L’avidità può spiegare il gesto finale, ma dietro di essa possono esserci anni di vulnerabilità non individuate.

Nessuna equivalenza tra Kiev e Roma

Accostare i due casi non significa stabilire un’equivalenza.

Berezovska si muoveva, secondo le accuse, dentro una guerra che coinvolgeva direttamente il suo Paese e forse la sua storia personale. L’attentato di cui era sospettata resta un crimine, ma le sue motivazioni potrebbero essere state politiche, ideologiche o legate al conflitto.

Gli ex agenti italiani, invece, appartenevano a uno Stato non invaso dalla Russia e avrebbero consegnato segreti per profitto.

Da una parte può esservi il fanatismo, la vendetta o la manipolazione di una persona trasformata in strumento. Dall’altra vi sarebbe, se l’impianto accusatorio sarà confermato, una scelta fredda e mercenaria.

Il denominatore russo non cancella questa differenza morale.

La donna può essere stata al tempo stesso responsabile e vittima: responsabile del tentativo di uccidere, vittima dell’apparato che potrebbe averla utilizzata e poi eliminata.

Gli italiani, invece, non appaiono come pedine inconsapevoli. Erano esperti di spionaggio e controspionaggio. Sapevano che cosa stavano facendo.

L’espressione “ha agito da solo”

Nel caso della morte di Berezovska, il funzionario dell’intelligence arrestato avrebbe sostenuto di avere agito di propria iniziativa, senza informare i superiori.  

Può essere vero. Gli apparati non sono entità onnipotenti e perfettamente ordinate. Al loro interno possono agire individui mossi da interessi personali, vendette o rapporti criminali.

Ma la formula dell’iniziativa personale è anche una delle più ricorrenti quando un’operazione clandestina fallisce e rischia di coinvolgere livelli superiori.

Per questo occorre attendere le indagini.

La presenza di trasferimenti di denaro verso la donna, i rapporti precedenti con i sospettati e il possibile coinvolgimento nell’attentato potrebbero indicare una rete più complessa. Le autorità dovranno chiarire chi finanziò l’operazione di Monaco, chi fornì l’esplosivo, chi protesse la fuga e perché la donna sia tornata in Ucraina.

Solo allora si potrà capire se sia stata uccisa da uomini fuori controllo, da complici intenzionati a cancellare una testimone o da una struttura che non poteva più permettersi di lasciarla vivere.

La ragion di Stato e il limite morale

I servizi segreti sono necessari. Nessun Paese può difendersi senza conoscere le intenzioni dei propri avversari, prevenire attentati, proteggere infrastrutture e neutralizzare attività ostili.

Ma proprio perché operano nell’ombra devono essere sottoposti a un limite morale e giuridico più rigoroso.

La sicurezza nazionale non può diventare una formula capace di giustificare ogni azione. Eliminare una persona perché potrebbe parlare significa sostituire il diritto con l’arbitrio. Utilizzare criminali per compiere operazioni e poi abbandonarli significa accettare una logica nella quale la vita vale soltanto finché è utile.

Una democrazia si distingue dai suoi nemici anche per ciò che rifiuta di fare, non soltanto per ciò che riesce a impedire.

Lo stesso vale per gli uomini dei servizi. Il dovere di segretezza non è una fedeltà cieca al potere politico del momento, ma un servizio alle istituzioni e alla Costituzione. Chi vende segreti non tradisce un governo: tradisce la comunità nazionale.

La guerra corrompe anche lontano dal fronte

Il caso romano dimostra che la guerra ucraina produce conseguenze anche a migliaia di chilometri dal campo di battaglia.

A Roma non cadono bombe russe, ma si cercano fonti, si acquistano informazioni e si tentano penetrazioni negli apparati. La guerra entra negli uffici, nei computer, nelle ambasciate e nei conti bancari.

Questa dimensione invisibile può essere persino più duratura del conflitto militare. Le reti costruite durante la guerra possono continuare a operare dopo un eventuale cessate il fuoco. Le informazioni sottratte possono essere utilizzate per ricatti, disinformazione e operazioni future.

Per questo la difesa nazionale non è soltanto una questione di carri armati e missili. È anche protezione digitale, selezione del personale, controllo finanziario, cultura istituzionale e capacità di riconoscere l’influenza straniera.

Non tutti sono eroi, non tutti sono mostri

Le storie di spionaggio vengono spesso raccontate attraverso categorie cinematografiche: eroi, traditori, doppiogiochisti, assassini senza volto.

La realtà è più scomoda.

Berezovska può avere tentato un omicidio ed essere stata successivamente uccisa da chi l’aveva aiutata. Può essere insieme carnefice e vittima.

Un uomo dei servizi può avere servito per anni lo Stato e poi scegliere di vendere ciò che aveva giurato di proteggere. Una carriera onorata non rende impossibile il tradimento finale.

Il male raramente si presenta in forma pura. Entra nelle debolezze, nelle paure e nelle giustificazioni che le persone costruiscono per sé.

La donna può essersi detta che in guerra ogni mezzo è lecito. Gli italiani possono essersi convinti che le informazioni non fossero poi così importanti, che lo Stato non li avesse ricompensati abbastanza o che il denaro compensasse una carriera conclusa.

Ogni tradimento comincia con una menzogna raccontata a se stessi.

Le due vicende mostrano la stessa oscurità, ma non la stessa colpa. Anastasiia Berezovska potrebbe essere stata reclutata, utilizzata e infine eliminata perché divenuta scomoda: una vita considerata sacrificabile nel grande gioco della guerra segreta. I due ex agenti italiani, invece, avrebbero scelto consapevolmente di trasformare la sicurezza nazionale in merce e il segreto in denaro. La guerra può spiegare l’odio e persino la disperazione della donna; non spiega l’avidità di chi, vivendo lontano dal fronte, avrebbe venduto nomi e informazioni a una potenza straniera. Nel mondo dei servizi tutti lavorano nell’ombra, ma non tutte le ombre sono uguali: alcune nascono dalla tragedia della guerra, altre dalla miseria del tradimento.