Sembra che l’ipotesi di un iniziare il processo di beatificazione di Papa Francesco abbia suscitato curiosità in tutti, entusiasmo e approvazione in tanti, ma anche perplessità in alcuni ambienti tradizionalisti o da una visione identitaria del cattolicesimo. Può essere utile riportare la lunga intervista che don Przemysław Śliwiński, redattore del sito polacco Stacija7, ha realizzato rivolgendo delle domande al nostro direttore P. Alfonso M. Bruno*.
INTERVISTA
Nei media è apparsa la notizia che Lei sostiene l’avvio del processo di beatificazione di papa Francesco. Che cosa significa esattamente questa iniziativa: un’opinione personale, un appello di ambienti cattolici oppure un reale passo procedurale verso una richiesta formale?
Attraverso quest’intervista permettetemi innanzitutto di salutare i vostri lettori polacchi e ringraziare chi mi offre l’opportunità di chiarire e approfondire l’esito di una mia libertà di pensiero da uomo e sacerdote cattolico. A quanto vedo, ciò che ha attirato la vostra attenzione è un’affermazione spirituale e giornalistica dello stesso genere di quelle che molti pronunciarono su Giovanni Paolo II mentre era ancora vivo, su Madre Teresa mentre curava i moribondi a Calcutta, su don Milani mentre insegnava a Barbiana. La santità si riconosce, nella tradizione cattolica, prima che venga certificata. L’ho fatto pubblicamente e pacificamente nel primo anniversario dalla scomparsa di Papa Francesco avendolo conosciuto personalmente e seguito la sua traiettoria magisteriale. Bisogna poi essere precisi, e la precisione qui è un atto di rispetto verso Papa Francesco, verso la Chiesa e verso i fedeli. Nel diritto canonico una causa di beatificazione non può essere avviata prima di cinque anni dalla morte, salvo dispensa papale esplicitamente concessa. Ciò che ho auspicato non è quindi un atto giuridico, non è ancora una procedura canonica: è un’espressione di volontà, di attesa, di speranza da parte di ambienti ecclesiali che hanno vissuto il pontificato di Francesco come una grazia straordinaria. Confondere i due piani — l’auspicio e la procedura formale — è un errore che conviene evitare con cura. Io stesso distinguo nettamente: affermare che Francesco meriti di essere considerato per un processo è un giudizio spirituale e morale; avviare formalmente la causa è tutt’altra cosa, che richiede tempi canonici, soggetti competenti e un’istruttoria rigorosa. Anche con Giovanni Paolo II accadde qualcosa di simile: il “Santo subito” delle folle ai funerali nel 2005 era un grido del cuore, non una petizione canonica. Eppure, quella voce popolare, con il tempo, trovò una forma istituzionale seria. Il punto è che il grido e la procedura sono due momenti distinti, e confonderli non giova a nessuno.
Esiste già un concreto soggetto che presenta ufficialmente, o intende presentare, la richiesta di avvio del processo? Si tratta di un ambiente specifico, di una congregazione, di un gruppo di fedeli o di un’istituzione ecclesiale?
Che io sappia no, non ancora e sarebbe canonicamente prematuro. Il soggetto competente per avviare una causa rimane la diocesi del defunto — in questo caso Roma — attraverso il suo vescovo diocesano, che oggi è il Papa regnante Leone XIV, oppure, secondariamente, una congregazione religiosa se il candidato vi apparteneva. Francesco era gesuita e vescovo di Roma: la competenza primaria spetterebbe quindi alla diocesi di Roma. Ma non esistono atti formali in questa fase, né potrebbe essere altrimenti. Chiunque sostenga il contrario o non conosce le procedure canoniche o intende agitare una questione che, sul piano giuridico, non è ancora aperta. Vale la pena ricordare che anche per Giovanni Paolo II il processo formale fu avviato solo nell’aprile del 2005, pochissime settimane dopo la morte, ma con una dispensa esplicita concessa da Benedetto XVI che derogò al quinquennio. Quella dispensa fu una decisione eccezionale e, come tutte le eccezioni, va valutata nel suo contesto specifico, non trasformata in regola automatica. Qualora questo avvenisse anche per Papa Francesco, rimane solo una ipotesi che esula dalle mie conoscenze e competenze.
Nel diritto canonico relativo alle cause dei santi contano non solo le emozioni dopo la morte, ma anche la fama sanctitatis, cioè una stabile opinione di santità tra i fedeli. Secondo Lei, nel caso di papa Francesco questa opinione esiste già? Dove la vede?
Questa è la domanda più seria, e va affrontata con tutta l’onestà che merita. La fama sanctitatis non è popolarità, non è consenso mediatico, non è approvazione sociologica misurata dai sondaggi. È qualcosa di più specifico e più esigente: la reputazione stabile, spontanea e diffusa tra i fedeli che una persona abbia vissuto in profonda unione con Dio, con virtù eroiche, con una santità riconoscibile nella concretezza della vita. Ebbene, in molti ambienti — nelle periferie del mondo, tra i poveri, tra le comunità che si sentivano emarginate, tra i giovani che si erano allontanati e si sono sentiti nuovamente chiamati, questa percezione esiste, ed è genuina. Ma esiste anche una percezione molto diversa in altri ambienti cattolici, che hanno vissuto il pontificato con inquietudine, talvolta con sofferenza. Questa polarità non è di per sé un impedimento canonico: anche san Pio IX era figura intensamente controversa, e Giovanni Paolo II stesso non mancò di critici severi, sia a sinistra che a destra del panorama ecclesiale. Eppure, è oggi santo. La polarità richiede però un’istruttoria seria e non affrettata, capace di ascoltare tutte le voci.
Un anno dalla morte non è troppo presto per una simile iniziativa? Anche nel caso di Giovanni Paolo II, durante il cui funerale si gridava “Santo subito”, apparivano voci secondo cui occorre tempo, talvolta perfino il passaggio di un’intera generazione, perché la santità di una persona possa manifestarsi senza la pressione delle emozioni, della memoria e delle controversie del momento.
Il tempus lugendi, il tempo del lutto e del discernimento, è parte integrante della saggezza ecclesiale. Quelle voci che chiedevano prudenza anche per Giovanni Paolo II non erano voci ostili: erano voci che ricordavano alla Chiesa che la santità ha bisogno di decantare, di sedimentare, di mostrarsi nel tempo liberata dalle proiezioni emotive del momento. Nel caso di Karol Wojtyła, il processo fu avviato rapidamente grazie a una dispensa esplicita, e il cammino portò alla canonizzazione nel 2014 e fu proprio Papa Francesco a farlo. Ma ancora oggi — e bisogna dirlo con rispetto e senza giudizi — c’è chi si chiede se quella rapidità abbia permesso di istruire con sufficiente profondità alcune questioni delicate legate al pontificato, come la gestione di certi casi di abuso. Non lo dico per riaprire ferite, ma per sottolineare che la lentezza non è un ostacolo alla santità: è una garanzia di credibilità per la Chiesa intera. Se c’è santità vera, il tempo non la cancella; anzi, la consolida e la rende più luminosa.
Nei testi citati compare un pensiero importante: la testimonianza di Francesco non era legata a “costruzioni teoriche”, ma a una “concreta postura evangelica”. Dietro questa affermazione c’è forse il timore che, nel caso di una valutazione dottrinale dell’eredità di Francesco, possano emergere dispute pluriennali capaci di ritardare o persino bloccare la decisione di elevarlo agli altari?
La formulazione di questa domanda è acuta, e sarebbe disonesto non riconoscerlo. Dire che Francesco non era legato a “costruzioni teoriche” ma a una “concreta postura evangelica” può sembrare — e in certi casi rischia effettivamente di essere — un modo per aggirare il nodo dottrinale, per spostare il giudizio su un piano dove la verifica sia più difficile. Non lo nego. Tuttavia, c’è anche un senso pienamente legittimo in quella distinzione: la santità non si misura sulla qualità della produzione teologica. San Giuseppe Cottolengo non era un teologo sistematico; santa Teresa di Lisieux non ha lasciato trattati dottrinali ed è persino dottore della Chiesa. La santità è un’altra cosa. Detto questo, le dispute su Amoris Laetitia, i Dubia dei cardinali, le tensioni generate da Fiducia Supplicans sono questioni reali, serie, che appartengono alla storia del pontificato e non possono semplicemente essere messe tra parentesi. Dovranno essere affrontate con franchezza nell’eventuale istruttoria, non eluse con formule eleganti. Una canonizzazione ottenuta aggirando i nodi dottrinali sarebbe canonicamente fragile e pastoralmente divisiva. Anche nel caso di Giovanni Paolo II le tensioni dottrinali interne al suo pontificato non furono ignorate: furono vagliate. Questo è il compito dell’istruttoria, non quello di produrre un’agiografia.
È possibile separare la valutazione della santità della persona dalla valutazione del pontificato? In altre parole: un papa può essere candidato agli altari anche se una parte delle sue decisioni amministrative, pastorali o dottrinali rimane oggetto di controversia nella Chiesa?
Canonicamente, in parte sì, e la storia lo dimostra ampiamente. La causa riguarda la persona, le sue virtù teologali e cardinali, il suo cammino spirituale — non ogni singola decisione amministrativa o pastorale. Celestino V fu canonizzato nonostante la sua rinuncia al pontificato fosse stata giudicata da Dante con durezza estrema. Pio IX è beato nonostante la questione romana, la breccia di Porta Pia, e un pontificato segnato da tensioni enormi con la modernità. Giovanni Paolo II è santo nonostante la complessità di alcune vicende del suo lungo governo. Però sarebbe ingenuo pensare che, nel caso di un papa, il pontificato possa essere semplicemente messo tra parentesi: per un vescovo di Roma la vita era il pontificato, il servizio era l’ufficio. I due piani non sono separabili in modo chirurgico. Il postulatore dovrà affrontare questa complessità con intelligenza e coraggio, non rimuoverla con una distinzione troppo comoda. La santità di un papa si verifica attraverso il pontificato, non nonostante esso.
I critici diranno: la beatificazione di un papa non può essere una valutazione della sua popolarità, del suo impatto mediatico, della sua sensibilità sociale o del suo stile comunicativo. Deve riguardare l’unione con Dio, le virtù eroiche, la fede, la speranza e la carità. Come risponderebbe Lei a questa obiezione?
Questa obiezione è la più forte di tutte, e va presa sul serio, non liquidata come espressione di ostilità tradizionalista o come argomento in malafede. È vera nella sua premessa: le virtù eroiche non hanno nulla a che fare con i titoli sui giornali, con le copertine delle riviste laiche, con i consensi misurati dalla sociologia. Il rischio di una beatificazione essenzialmente “mediatica” è reale, e la Chiesa lo ha già corso in altre stagioni della sua storia. La risposta corretta non è però negare l’obiezione, ma accettarne la premessa e ribaltarne la conclusione: proprio perché questo rischio esiste, occorre un processo rigoroso, lento, intransigente sulla sostanza teologica. Vale anche qui il confronto con Giovanni Paolo II: anche per lui si disse — e qualcuno lo dice ancora — che la rapidità della canonizzazione fu influenzata dall’affetto popolare, dal peso simbolico di quel pontificato nella storia mondiale, dalla volontà di dare un segnale. Che questo abbia indebolito la causa? No. Ma la domanda è legittima, e il fatto che sia legittima dovrebbe spingere a maggiore prudenza, non a minore. I gesti di Francesco verso i migranti e i detenuti devono essere valutati teologicamente, non comunicativamente.
Per molti Francesco è stato un segno di misericordia, vicinanza e di una Chiesa in uscita verso le periferie; per altri, invece, è diventato simbolo di inquietudine, ambiguità e tensioni. Proprio per questo, un eventuale processo di beatificazione non dovrebbe essere particolarmente paziente, trasparente e libero da ogni fretta?
Assolutamente sì, e chi sostiene l’opportunità di avviare il percorso non dovrebbe avere alcun timore di affermarlo con chiarezza: la pazienza non è un ostacolo alla beatificazione di Francesco, è una condizione indispensabile di credibilità per l’intera Chiesa. Un processo percepito come risposta emotiva alla morte, o come tentativo di “sigillare” un pontificato controverso prima che il tempo faccia il suo lavoro, farebbe più danno che bene — alla memoria di Papa Francesco e all’unità della Chiesa. Anche la canonizzazione di Giovanni Paolo II, avvenuta con Giovanni XXIII in quello straordinario doppio evento del 2014, portava con sé una certa dimensione simbolica e storica. Non è detto che questo abbia falsato il giudizio, ma ha creato una percezione che alcuni hanno criticato. La trasparenza nell’istruttoria — inclusa la raccolta onesta e coraggiosa di testimonianze critiche, di dubbi, di obiezioni — non è un atto di ostilità verso il candidato: è la garanzia che, al termine del processo, la decisione sia credibile per tutti, o almeno per la stragrande maggioranza dei fedeli.
Lei ha parlato della coerenza della vita di Francesco “fino alla fine” e del fatto che “si è consumato come una candela, dando tutto”. Che cosa, negli ultimi mesi e anni della sua vita, è stato per Lei il segno più forte di questa coerenza?
Il segno più forte, per me, è stato vedere un uomo fisicamente segnato dalla malattia e dall’età che sceglieva ogni giorno di non ritirarsi, di non proteggersi, di continuare a essere presente — nei viaggi, nelle udienze, nei gesti verso le persone più fragili — trascinando un corpo che resisteva a fatica su una sedia a rotelle. Non lo interpreto come ostinazione o come rifiuto di cedere il passo: lo interpreto come fedeltà a una concezione del ministero petrino come servizio che non conosce pensionamento, che non ha una logica di autoconservazione. Anche Giovanni Paolo II negli ultimi anni del suo pontificato offrì questo stesso spettacolo: un uomo che mostrava pubblicamente la propria fragilità, che non nascondeva la malattia, che trasformava il decadimento fisico in una predicazione silenziosa sulla dignità della sofferenza. Papa Francesco ha fatto qualcosa di simile, con il proprio stile. Non è una prova automatica di santità — ci sono papi che si sono goduti il riposo in buona salute. Ma nella logica di quella vita specifica, quella fedeltà finale ha avuto una coerenza che molti hanno riconosciuto come autentica.
Negli argomenti a favore della beatificazione tornano Lampedusa, i migranti, i detenuti, i Giovedì Santi celebrati nelle carceri, i gesti verso le persone delle periferie. Erano soltanto simboli del pontificato oppure anche elementi concreti per parlare dell’eroicità delle virtù di papa Francesco?
Entrambe le cose, e bisogna avere il coraggio di dirlo con tutta la precisione necessaria, senza semplificazioni in nessuna delle due direzioni. Erano simboli — potentissimi, consapevolmente costruiti, comunicativamente efficaci — e potevano essere espressione di virtù reali e profonde. Le due cose non si escludono: anche san Francesco d’Assisi era un comunicatore straordinario della sua epoca, e i suoi gesti verso i lebbrosi erano insieme atti di carità eroica e segni potentemente leggibili dalla società medievale. Il problema nasce quando il gesto simbolico sostituisce la virtù invece di esprimerla, quando diventa performance invece di testimonianza. Nell’istruttoria canonica questo dovrà essere distinto con cura: il viaggio a Lampedusa, la lavanda dei piedi nelle carceri, i pranzi con i senzatetto — erano espressione di carità vissuta interiormente, di identificazione con Cristo nei poveri, oppure erano prevalentemente messaggi ecclesiali e politici? La risposta onesta potrebbe essere “entrambe le cose insieme”, e anche questo sarebbe un risultato serio di un’istruttoria seria. Giovanni Paolo II aveva anch’egli gesti simbolici di grande forza — il bacio alla terra ad ogni atterraggio, la visita in carcere al suo attentatore — e nessuno ha trovato strano che entrassero nella valutazione della sua santità.
Il Suo sostegno all’avvio del processo di beatificazione di papa Francesco è anche un modo per dire che la santità non significa infallibilità nel governo, assenza di controversie o pieno consenso di tutti gli ambienti, ma un vivere radicalmente il Vangelo nelle concrete condizioni della storia?
Sì, ed è forse il contributo più importante che questa discussione — anche nella sua asprezza — può offrire alla teologia della santità e alla comprensione che la Chiesa ha di se stessa. La Chiesa ha canonizzato persone che hanno commesso degli errori di giudizio, che hanno avuto caratteri difficili e talvolta duri, che hanno lasciato perfino ferite nelle istituzioni che governavano. La santità non è perfezione gestionale, non è unanimità di consensi, non è assenza di ombre. È la direzione fondamentale della vita, il punto verso cui si tende con tutto se stessi — anche attraverso le cadute, i limiti, le contraddizioni. Giovanni Paolo II è un esempio perfetto di questo: era un uomo santo, e insieme un uomo che governò una Chiesa in cui accadevano cose gravi che forse non vide, o non vide abbastanza. Questo non ha distrutto la sua causa, né avrebbe dovuto. Il tradizionalismo più serio e più onesto sa benissimo fare questa distinzione tra la persona e il suo governo, tra la grazia e i limiti umani. Chi invece pretende che un candidato agli altari debba essere stato impeccabile in ogni decisione di governo, che non abbia mai generato dubbi o divisioni, non sta difendendo la serietà del processo canonico: sta applicando un criterio che non è mai esistito nella storia della Chiesa, e che, applicato con coerenza, impedirebbe la canonizzazione di quasi chiunque abbia mai governato qualcosa. Il riconoscimento popolare intanto precede l’istruttoria, è la fama sanctitatis che dà avvio alla causa, non il contrario. Io ho personalmente riconosciuto quella santità. Le periferie esistenziali di cui parlava Papa Francesco non erano causa perduta.
E nemmeno questa lo è.
……………………………..

* Rettore dello studentato filosofico-teologico internazionale di Roma dei Frati Francescani dell’Immacolata. Docente di Comunicazione Sociale e Bioetica presso la Pontificia Accademia Mariana Internazionale di cui è membro, Giornalista e missionario, ha scritto tre saggi su Papa Francesco di cui l’ultimo, “L’inquietudine del Vangelo – Eredità teologico pastorale di Papa Francesco a Leone XIV e al popolo di Dio in cammino” con prefazione del Card. Matteo Zuppi è stato consegnato al pontefice regnante in occasione del Convegno internazionale di Mariologia dello scorso settembre.
