Con poche parole dal Vinitaly di Verona, la premier segna una discontinuità storica nei rapporti tra Roma e Tel Aviv. L’opposizione: “Arriva tardi, ma è un passo”
È bastata una frase per segnare un prima e un dopo nella politica estera italiana verso Israele. «In considerazione della situazione attuale, il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele»: così Giorgia Meloni, a margine del Vinitaly di Verona, ha annunciato quello che in molti attendevano da mesi.
Eppure, solo due giorni fa il quadro sembrava ben diverso. Il 12 aprile scorso era stato proprio Mediafighter a riportare che il memorandum d’intesa sulla cooperazione nel settore della difesa tra Italia e Israele — firmato il 13 aprile 2016 e soggetto a rinnovo tacito ogni cinque anni — si sarebbe rinnovato automaticamente, come da protocollo. Quella notizia rendeva ancora più sorprendente l’annuncio odierno: nel giro di quarantotto ore, il governo ha cambiato rotta.
Crosetto scrive a Katz
A formalizzare la decisione è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto, con una lettera indirizzata al suo omologo israeliano Israel Katz. La missiva sarebbe il frutto di una scelta condivisa ai vertici dell’esecutivo: oltre a Meloni, avrebbero partecipato alla decisione i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini. Una «fitta discussione», come era stata descritta nelle ore precedenti, che alla fine ha prodotto una posizione comune.
Da Gerusalemme, tuttavia, la risposta è stata gelida. Fonti israeliane citate dall’agenzia Ynet hanno minimizzato l’impatto della scelta italiana, sostenendo che la decisione «non ha alcuna ripercussione pratica» e che si tratta di «un memorandum d’intesa privo di contenuto reale».
Una rottura maturata nel tempo
Il memorandum stabilisce una cornice per la cooperazione militare tra i due Paesi in materia di scambio di materiali e ricerca tecnologica nell’ambito delle forze armate. Fino a oggi, nonostante le reiterate violazioni del diritto internazionale imputate a Israele, l’esecutivo aveva sempre difeso l’intesa, limitandosi a condannare episodi specifici: gli attacchi israeliani alle chiese cristiane o, più di recente, i colpi esplosi dalle forze dell’Idf contro i caschi blu italiani di Unifil nel sud del Libano — uno dei quali era finito a un metro da un militare italiano l’8 aprile scorso.
Quella vicenda aveva già innescato una crisi diplomatica: Tajani aveva convocato l’ambasciatore israeliano a Roma per protestare. Pochi giorni dopo, il 12 aprile — lo stesso giorno in cui Mediafighter dava il rinnovo per scontato — era stato il ministero degli Esteri di Gerusalemme a convocare l’ambasciatore italiano Luca Ferrari, in risposta a un post dello stesso Tajani in cui il vicepremier, in visita a Beirut, aveva condannato i raid dell’Idf in Libano, che dal 2 marzo scorso hanno causato migliaia di vittime tra la popolazione civile.
L’opposizione: “Bene, ma in ritardo”
Le opposizioni accolgono la notizia con soddisfazione mista a critiche. «Arriva con grave, colpevole ritardo», scrive sui social il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, ricordando le oltre settantamila vittime palestinesi. «Ma è sicuramente una buona notizia. Dobbiamo continuare a incalzarli: a quando le sanzioni?», aggiunge.
«Ci voleva così tanto?», chiede la segretaria del Pd Elly Schlein, che rivendica la battaglia portata avanti «insieme ad altre forze progressiste». Per Schlein la sospensione non basta: «L’Italia smetta di fare ostruzionismo sulla sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele. Servono atti concreti per fermare i bombardamenti indiscriminati, l’occupazione illegale e lo smantellamento dello stato di diritto». Marco Grimaldi di Alleanza Verdi-Sinistra parla di «una vittoria delle milioni di persone scese in piazza per la Palestina».
Resta ora da vedere se questa sospensione rappresenti un punto di non ritorno o una pausa tattica. Di certo, in meno di due giorni — e a dispetto di quanto anticipato da Mediafighter — il governo Meloni ha scelto di mettere un freno formale al rapporto privilegiato con Tel Aviv.
