La guerra preventiva come spettacolo, il cambio di regime come slogan, il diritto internazionale come fastidio
Colonne di fumo su Teheran, sirene su Haifa, Patriot che intercettano missili sopra il Qatar, la Quinta Flotta nel mirino, lo spazio aereo chiuso dal Golfo al Mediterraneo. E intanto le parole: “annienteremo”, “raderemo al suolo”, “regime change”, “è la vostra unica occasione”.
La guerra, nel 2026, non inizia con un ultimatum formale ma con un video. Otto minuti, cappellino bianco, lessico da wrestling geopolitico. E dentro quel lessico c’è tutto: la promessa di devastare l’industria missilistica iraniana, l’offerta di “immunità totale” ai pasdaran se si arrendono a un esercito che non è neppure sul terreno, l’invito agli iraniani a rovesciare il proprio governo mentre le bombe cadono sui quartieri dove sorgono palazzi presidenziali e consigli di sicurezza.
Non è solo un’operazione militare. È una narrazione.
La guerra preventiva come atto di fede
Israele la chiama “Ruggito del Leone”. Gli Stati Uniti la battezzano “Epic Fury”. I nomi contano: sono marketing morale. L’attacco è “preventivo”, la minaccia è “esistenziale”, il nemico è “terrorista”, l’obiettivo è “liberare il popolo”.
Il problema è che il diritto internazionale non funziona per slogan. La Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza salvo legittima difesa contro un attacco armato reale o imminente, o mandato del Consiglio di Sicurezza. Qui, invece, si parla di eliminare capacità future, di neutralizzare programmi, di colpire leadership.
È la dottrina della minaccia potenziale elevata a casus belli permanente. Se basta l’intenzione attribuita per giustificare la distruzione preventiva, allora ogni potenza può bombardare chiunque invochi la “sicurezza nazionale”.
E a quel punto non c’è più diritto: c’è solo potenza.
Il paradosso del cambio di regime dall’alto
Il cuore politico dell’operazione non è nascosto: “decapitare”, “creare le condizioni”, “prendete il controllo del vostro governo”.
È la vecchia illusione: si elimina la testa e il corpo si ricompone in forma amica. Ma la storia recente è un cimitero di questa convinzione. L’Iraq doveva diventare un faro democratico. La Libia un laboratorio di stabilità. L’Afghanistan una vetrina di modernizzazione.
Il regime change dall’aria è un ossimoro strategico.
Le bombe non costruiscono consenso. Al massimo producono vuoti di potere. E i vuoti, in Medio Oriente, non restano vuoti a lungo.
Colpire compound presidenziali, aree della Guida Suprema, ministeri dell’intelligence significa trasformare un confronto strategico in un tentativo di umiliazione simbolica. E l’umiliazione, in politica internazionale, è benzina pura.
Il problema matematico della guerra lunga
C’è poi un dettaglio che stride con la retorica trionfalistica: la matematica.
Le difese aeree funzionano, sì. Percentuali di intercettazione alte, cooperazione fluida tra Arrow, David’s Sling, THAAD, Aegis. Ma gli intercettori non sono infiniti. Le scorte americane e israeliane sono limitate. La produzione è lenta.
L’Iran ha imparato. Salve più piccole, più frequenti, distribuite nel tempo. Non serve distruggere tutto: basta logorare. Basta paralizzare economie, chiudere scuole, tenere milioni di persone nei rifugi.
Una guerra così non si misura in chilometri conquistati ma in resilienza erosa.
Il Congresso che dorme, il mondo che trattiene il fiato
Le bombe sono partite quando Washington dormiva. Molti membri del Congresso non erano stati informati. Eppure si parla apertamente di “guerra”, di possibili “casualties”.
La Costituzione americana attribuisce al Congresso il potere di dichiarare guerra. Ma da anni le operazioni militari vengono avviate come atti esecutivi ampliati, giustificati da autorizzazioni elastiche o interpretazioni creative.
Il risultato è una normalizzazione dell’eccezione: la guerra come prerogativa presidenziale, la diplomazia come intermezzo tattico.
E mentre Oman media, Vienna prepara nuovi round, Ginevra ospita colloqui indiretti, la realtà è che si bombarda durante i negoziati. Per la seconda volta.
Quale credibilità resta al tavolo?
La regione come polveriera con miccia multipla
Non è solo Iran contro Israele o Stati Uniti. È un sistema di alleanze, proxy, milizie, flotte, basi. Houthi nel Mar Rosso, Hezbollah in Libano, milizie sciite in Iraq, basi americane in Qatar e Bahrain, traffico energetico nello Stretto di Hormuz.
Un missile intercettato sopra Doha, un’esplosione a Manama, sirene ad Amman: ogni frammento è un possibile punto di allargamento.
E più si colpisce il centro, più si legittima la risposta asimmetrica.
Il linguaggio che precede le macerie
C’è un dettaglio inquietante nel lessico di queste ore. “Annientare”. “Raderemo al suolo”. “Non esistono linee rosse”. “Morte certa”.
Il linguaggio precede le macerie. Le prepara. Le giustifica.
Quando la politica adotta il vocabolario dell’eliminazione totale, lo spazio per la de-escalation si restringe. Perché ogni passo indietro appare debolezza, ogni pausa appare cedimento.
E così la diplomazia diventa sospetta, il negoziato un tradimento, la prudenza un cedimento morale.
Il vero interrogativo
La domanda non è se l’Iran rappresenti un problema strategico. Lo è. Non è se Israele percepisca una minaccia. La percepisce. Non è se gli Stati Uniti abbiano interessi nella regione. Li hanno.
La domanda è un’altra: chi decide quando la minaccia diventa guerra?
Con quale legittimazione?
Con quale piano per il “day after”?
Perché iniziare è facile. Finire è l’arte rara.
E mentre i leader parlano di libertà imminente, a Teheran genitori corrono nelle scuole, bambini si nascondono sotto le scale, linee telefoniche crollano al 4% della connettività, ospedali entrano in allerta.
La geopolitica si misura in megatoni.
La storia, però, si scrive nelle stanze dove qualcuno cerca un rifugio.
Il ruggito del leone può essere impressionante.
Ma ogni ruggito, prima o poi, incontra un’eco.
