La sicurezza nell’era dell’interdipendenza non è più un dispositivo di esclusione, ma un progetto di convivenza. Essa non si fonda sulla paura del nemico, bensì sulla responsabilità condivisa di custodire l’equilibrio fragile di una società mondiale complessa. In questa trasformazione concettuale si gioca la possibilità di un ordine internazionale capace di coniugare pace, giustizia e sviluppo umano integrale.
La categoria di sicurezza occupa un posto centrale nella riflessione sulle relazioni internazionali, ma la sua apparente chiarezza semantica cela un’ambiguità strutturale. Tradizionalmente connessa alla difesa dello Stato da minacce esterne, essa è stata concepita come garanzia dell’integrità territoriale e della sovranità politica, entro una visione del sistema internazionale fondata sulla competizione tra entità sovrane. In tale prospettiva, la sicurezza è sicurezza “da” un nemico: si radica nella percezione della minaccia e si alimenta della logica disgiuntiva secondo cui la propria protezione può implicare l’insicurezza altrui. Questo paradigma, storicamente coerente con un assetto internazionale frammentato e conflittuale, mostra oggi i suoi limiti strutturali. La progressiva interconnessione economica, tecnologica, ambientale e culturale tra le società ha dissolto la rappresentazione di uno spazio internazionale aperto e illimitato, nel quale ciascuno Stato potesse agire come monade autosufficiente. Il pianeta si presenta ormai come uno spazio finito, attraversato da dinamiche che travalicano i confini giuridici e mettono in crisi la distinzione netta tra interno ed esterno. Le nuove vulnerabilità – degrado ambientale, flussi migratori, diseguaglianze economiche, pandemie, instabilità finanziaria, proliferazione tecnologica – non sono riconducibili alla volontà ostile di un singolo antagonista. Esse emergono da processi sistemici che coinvolgono simultaneamente molteplici attori e livelli. La sicurezza, in questo scenario, non può più essere ridotta alla dimensione militare né alla mera deterrenza. La sua riduzione alla logica della forza produce un paradosso: nel tentativo di garantire protezione, si alimentano dinamiche di insicurezza diffusa e di competizione permanente. Il superamento di questa aporia richiede una trasformazione concettuale: dalla sicurezza come difesa esclusiva dello Stato alla sicurezza come bene pubblico globale. Non si tratta di negare la legittimità della tutela statuale, ma di ricollocarla entro una visione sistemica nella quale la protezione di ciascuno è inseparabile dalla protezione di tutti. La sicurezza diviene così una categoria relazionale e non antagonistica, fondata sul riconoscimento della reciproca vulnerabilità e della comune appartenenza a una comunità planetaria.
L’interdipendenza come organizzazione del sistema mondiale
Il concetto di interdipendenza consente di cogliere la struttura profonda del sistema internazionale contemporaneo. Esso non designa semplicemente un’intensificazione degli scambi tra Stati, ma una vera e propria forma di organizzazione del sistema mondiale. L’interdipendenza implica che le azioni compiute a un determinato livello – locale, nazionale o regionale – producano effetti che si riverberano su scala globale, modificando l’ambiente entro cui operano tutti gli altri soggetti. In tale contesto, l’analisi non può più limitarsi alle relazioni tra Stati sovrani. Accanto a questi agiscono organizzazioni internazionali, attori economici transnazionali, movimenti della società civile, comunità scientifiche, reti digitali, soggettività collettive emergenti. La configurazione del sistema non è il risultato esclusivo dell’equilibrio di potenza tra governi, ma l’esito dinamico di un intreccio multilivello di relazioni. L’interdipendenza, inoltre, non è di per sé sinonimo di equità. Essa può strutturarsi in forma asimmetrica, generando gerarchie e dipendenze che riproducono diseguaglianze storiche. Proprio per questo essa assume valore paradigmatico: come chiave interpretativa, consente di distinguere tra interdipendenze funzionali alla cooperazione solidale e interdipendenze distorte, che celano nuove forme di dominio sotto il linguaggio della globalizzazione. Pensare la sicurezza alla luce dell’interdipendenza significa assumere un punto di vista organizzativo. Il sistema mondiale non è mera somma di parti, ma totalità dinamica nella quale emergono proprietà nuove, non riconducibili ai singoli elementi. L’ordine che ne scaturisce non è statico né gerarchico in senso autoritario; è piuttosto un ordine ecologico, fondato sull’equilibrio tra differenze, sulla gestione dei conflitti e sulla capacità di apprendimento collettivo. In questa prospettiva, la sicurezza non può essere garantita attraverso strategie unilaterali rigidamente pianificate. L’azione politica si configura come processo adattivo, che tiene conto non solo delle intenzioni dei partner, ma anche delle condizioni ambientali, economiche e sociali in continua trasformazione. La razionalità richiesta non è più quella parametrica della pianificazione lineare, bensì una razionalità relazionale, capace di integrare complessità e incertezza.
Verso una sicurezza globale, democratica e nonviolenta
L’adozione del paradigma dell’interdipendenza comporta una ridefinizione radicale dei soggetti e degli strumenti della sicurezza. Essa non è più prerogativa esclusiva dei governi, ma responsabilità condivisa tra individui, comunità, istituzioni regionali e organismi globali. La domanda fondamentale diviene: sicurezza di chi? La risposta non può che essere inclusiva: sicurezza degli individui, dei popoli, delle comunità e dell’umanità nel suo insieme. Ne deriva un modello multilivello, nel quale le politiche devono essere coerenti tra piano locale, nazionale, regionale e planetario. La sicurezza ambientale, ad esempio, richiede strategie globali, ma la loro efficacia dipende dall’impegno delle comunità locali e dalla responsabilità dei singoli. Analogamente, la sicurezza economica e sociale non può essere assicurata senza una governance che affronti le asimmetrie strutturali e promuova condizioni di sviluppo equo. Tre caratteristiche emergono come decisive. Anzitutto, la multidimensionalità: la sicurezza coinvolge simultaneamente dimensioni militari, economiche, sociali, culturali ed ecologiche. In secondo luogo, la solidarietà: essa esclude approcci esclusivisti e riconosce il valore delle nuove soggettività transnazionali, incluse le reti civiche impegnate nella promozione dei diritti fondamentali. Infine, la nonviolenza: l’uso o la minaccia della forza militare non possono costituire il fondamento di un ordine sicuro in un sistema interdipendente, poiché amplificano l’instabilità anziché ridurla. L’insicurezza non potrà mai essere eliminata in modo assoluto; l’incertezza è tratto costitutivo di ogni sistema complesso. La sicurezza, pertanto, non coincide con l’assenza totale di rischio, ma con la capacità istituzionale di gestire i conflitti entro procedure democratiche e di impedire che essi degenerino in violenza incontrollabile. Essa si configura come struttura di relazioni e di istituzioni che previene la trasformazione delle divergenze in minacce esistenziali. In tale orizzonte si afferma progressivamente la consapevolezza di appartenere a una comunità umana globale. La sicurezza diviene allora espressione della promozione dei diritti fondamentali e della costruzione di istituzioni democratiche capaci di rappresentare non solo gli Stati, ma anche i popoli e gli individui. La governance della sicurezza si orienta così verso una democrazia planetaria, nella quale la protezione della dignità umana costituisce il criterio ordinatore delle politiche.
