Nella parrocchia del Sacro Cuore a Via Marsala, tra pendolari, migranti e senza dimora, Leone XIV rilegge Eden e il deserto di Gesù come dramma della libertà: non un divieto, ma la possibilità di una relazione con Dio che il serpente tenta di avvelenare col sospetto. E indica nel Battesimo una grazia “dinamica” che non schiaccia la libertà, la guarisce, trasformandola in prossimità concreta: lì dove in pochi metri convivono comodità e scarto, la Chiesa è chiamata a essere lievito e fiammella, non spettatrice.
C’è una Roma che passa e una Roma che resta. E poi c’è una Roma che sanguina ogni giorno, proprio dove tutti sembrano soltanto transitare: Via Marsala, Termini, il crocevia delle partenze e degli scarti, la città che corre e, nello stesso metro di marciapiede, la città che non ha un tetto. Leone XIV sceglie di iniziare la Quaresima lì, nella parrocchia del Sacro Cuore, come se volesse dire una cosa semplice: il Vangelo non comincia mai nelle mappe ideali, comincia nelle contraddizioni.
La chiave della sua omelia è sorprendente perché non parte da una morale, ma da un sacramento: il Battesimo. E lo fa con un gesto teologico molto “pulito”: mette in dialogo Genesi e Vangelo per restituire alla libertà la sua vera statura. In Eden, spiega, l’uomo non è provato da un divieto, ma da una possibilità: la possibilità di una relazione. Il peccato, infatti, non nasce dalla fame di un frutto; nasce dal sospetto che la relazione con Dio sia una minaccia. Il serpente lavora sempre così: non tenta subito con il male, ma con una calunnia su Dio. Insinua che il Creatore neghi qualcosa per mantenerti inferiore. È l’antropologia della diffidenza: per essere libero, devi liberarti di Lui.
Ed è qui che l’omelia diventa modernissima senza mai diventare sociologica. Perché Leone XIV pone la domanda che oggi è ovunque, anche fuori dalla Chiesa: la mia libertà cresce dicendo “sì” a Dio o dicendo “no” a ogni vincolo? La scena delle tentazioni risponde senza slogan: la libertà non si compie nell’autonomia assoluta, ma nell’obbedienza amorosa che non umilia, bensì libera. In Gesù, tentato nel deserto, appare “l’uomo nuovo”: non un superuomo, ma l’uomo finalmente non schiavo. È il cuore di Gaudium et spes 22, che il Papa cita con precisione: nel Verbo incarnato si illumina il mistero dell’uomo. E l’uomo si illumina non quando si fa Dio, ma quando accetta di essere figlio.
Qui sta la svolta più bella: Leone XIV descrive il Battesimo come una grazia dinamica. Non un certificato del passato, ma una sorgente che abita e accompagna la vita “nel più assoluto rispetto della nostra libertà”. Il cristianesimo non è un sistema di costrizioni, ma una chiamata interiore: la grazia non schiaccia la libertà, la guarisce e la orienta. È un linguaggio che, in un tempo saturo di contrapposizioni (spirituale contro umano, fede contro libertà), rimette tutto al posto giusto: la grazia non toglie l’umano; lo rende possibile.
E poi, con un passaggio quasi evangelico, l’omelia scende dalla teologia al marciapiede. Non come “applicazione”, ma come conseguenza naturale: se il Battesimo è relazione con Cristo, allora diventa anche prossimità reale con gli altri. La libertà che nasce dal fonte battesimale non è ricerca di potere, è amore che si dona; non è competizione, è fraternità. Qui Leone XIV inserisce Galati 3,28 come una lama gentile: in Cristo cadono le categorie che separano e gerarchizzano le persone. E a Termini — tra giovani universitari, pendolari, migranti, rifugiati, senza dimora — quella frase smette di essere slogan e torna a essere giudizio: o il Vangelo genera fraternità concreta, o resta un linguaggio devoto.
Il riferimento storico a Leone XIII e a Don Bosco non è un abbellimento colto: è una lettura profetica del luogo. Costruire una chiesa lì significava già allora intuire che quel nodo urbano sarebbe diventato un punto teologico: dove la città si concentra, lì la Chiesa deve essere “presidio di prossimità”. E il Papa, ringraziando i Salesiani, non celebra un’efficienza organizzativa: benedice una forma di santità ordinaria, fatta di accoglienza, educazione, Caritas, presenza.
Sullo sfondo, c’è una frase che resta: “in pochi metri si possono toccare le contraddizioni di questo tempo”. È quasi una definizione di pastorale oggi: non una Chiesa che fugge dal reale, ma una Chiesa che accetta di stare nel punto in cui convivono comodità e miseria, lavoro onesto e traffici, desiderio di bene e violenza dilagante. E lì, senza ingenuità, chiede alla parrocchia di essere lievito, non commentatrice; fiammella, non faro arrogante. Una luce piccola, sì, ma vera.
Infine, l’affidamento a Maria Ausiliatrice chiude il cerchio in modo coerente: la tentazione non è solo questione individuale, è questione comunitaria; e la prova non si attraversa da soli. La Quaresima, nella lettura di Leone XIV, è la riscoperta del Battesimo come sorgente di libertà filiale e come principio di fraternità sociale. In altre parole: la Chiesa non “fa” solidarietà perché è buona; la fa perché è battesimale. E se davvero lo è, allora Termini non è solo una stazione: è un altare quotidiano dove la libertà, o diventa amore, o torna schiavitù.
