Perché la Campanha da Fraternidade divide, e perché non dovrebbe
C’è una Quaresima che si consuma nella stanza segreta della coscienza, e ce n’è un’altra che, senza tradire la prima, scende in strada e mette le mani nelle ferite di un Paese. In Brasile, da più di sessant’anni, la Chiesa tenta questa seconda via con la Campanha da Fraternidade: un itinerario quaresimale che non si accontenta di dire “convertitevi”, ma chiede: convertitevi a che cosa, e a chi? Convertitevi a Cristo presente nei poveri, in quelli che non hanno voce, e – quest’anno – in quelli che non hanno casa.
Il Messaggio di Leone XIV, datato 11 febbraio 2026, è costruito proprio su questa grammatica. Parte da Agostino e dal deserto, dal digiuno e dalla preghiera, e poi fa quello che il Vangelo fa sempre: sposta il centro sul volto concreto dell’altro. “Venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14) diventa il criterio per guardare a una delle povertà più umilianti: la mancanza di un’abitazione dignitosa. E il Papa, con un realismo che non è ideologia ma Dottrina sociale, dice che non basta l’emergenza: serve una conversione stabile, capace di generare anche politiche pubbliche, perché la carità cristiana non è un gesto stagionale ma un’abitudine del cuore.
Dentro questa Campanha c’è un elemento spesso ignorato da chi la critica senza conoscerla: la Coleta da Solidariedade, il “gesto concreto” che si realizza ogni anno la Domenica delle Palme. È una colletta quaresimale che alimenta due livelli di solidarietà: un fondo diocesano e un fondo nazionale. La logica è semplice: la carità non deve restare un’emozione, deve diventare struttura di aiuto e responsabilità condivisa. Per questo, tradizionalmente, una parte resta sul territorio e una parte viene convogliata verso progetti nazionali in aree più vulnerabili.
E allora perché questa iniziativa, così chiaramente radicata nella spiritualità quaresimale, è tanto osteggiata da alcuni ambienti teocon o tradizionalisti presenti in Brasile? Per un motivo che ha poco a che fare con la casa e molto a che fare con la memoria polemica della Chiesa latinoamericana. Nella storia brasiliana, infatti, l’impegno ecclesiale sul sociale – specie dal post-Concilio in poi – si è intrecciato talvolta con letture teologiche e pastorali che, in alcuni contesti, sono scivolate verso una estremizzazione ideologica della teologia della liberazione: categorie sociopolitiche diventate chiavi totalizzanti, linguaggi di militanza entrati nella predicazione, interpretazioni dove la liberazione sociale rischiava di assorbire la liberazione dal peccato. È esattamente il punto che il Magistero ha voluto correggere: non negando la domanda di giustizia, ma mettendo in guardia dalla confusione tra Vangelo e ideologia.
Questa storia pesa ancora come un’ombra. E molti critici fanno un salto logico tanto rapido quanto comodo: se in passato ci sono state deformazioni, allora ogni discorso su “cause strutturali” della povertà diventa automaticamente sospetto; se si invocano “politiche pubbliche”, allora la Chiesa starebbe facendo politica; se si raccolgono fondi per progetti sociali, allora “la Chiesa diventa un’ONG”. Ne nasce una lettura pregiudiziale della CNBB e della Campanha: non come atto quaresimale, ma come “agenda”. In rete e in ambienti cattolici polarizzati, questa reazione è diventata quasi un riflesso pavloviano: attaccare la Campanha per colpire una certa immagine di Chiesa.
Il problema è che questo riflesso, pur nascendo talvolta da una preoccupazione legittima – evitare ideologizzazioni – finisce per produrre un’altra ideologizzazione, speculare e ugualmente sterile: quella che vede la carità sociale come sospetta per definizione. Ed è qui che la Campanha da Fraternidade diventa un nervo scoperto: perché ti costringe a una scelta spirituale. O credi davvero che “esiste un vincolo inseparabile tra la fede e i poveri” (come ricorda il Papa), oppure riduci la fede a un recinto devoto che non disturba nessuno, nemmeno l’ingiustizia.
Leone XIV, in realtà, sta facendo un’operazione di “bonifica” teologica molto precisa: riporta la Campanha al suo luogo naturale, la Quaresima, dove preghiera e digiuno non sono alternative alla carità, ma la sua sorgente. È difficile accusare di politicizzazione un testo che comincia con Agostino, passa per il deserto di Cristo e finisce con Mt 25, dove Gesù si identifica con chi ha fame e con chi è nudo – e, oggi, con chi non ha dove abitare. La campagna 2026 non chiede di aderire a un partito: chiede di riconoscere che l’Incarnazione non è un concetto, è una vicinanza reale.
E proprio qui sta la lezione più utile anche per i critici: la Chiesa in Brasile ha conosciuto tensioni, e alcune derive sono state reali; ma la risposta non è amputare la dimensione sociale del Vangelo. La risposta è purificarla, riportarla all’ordine giusto: prima Cristo, poi l’uomo; prima la grazia, poi le opere; ma senza separarle, perché il Vangelo non le separa. La Campanha da Fraternidade, quando è fedele a se stessa, non è un’ideologia travestita: è una Quaresima che rifiuta i surrogati della pietà e diventa un esercizio di cattolicità concreta.
In fondo, la polemica dice più del nostro tempo che della Campanha: viviamo un’epoca in cui perfino l’elemosina può essere letta come sospetta se tocca le strutture, e in cui la fede viene difesa talvolta non con la verità, ma con il sospetto. Leone XIV prova a spezzare questo incantesimo con una frase che suona come criterio definitivo: la condivisione non può limitarsi “a un periodo dell’anno, a una campagna o ad alcune azioni puntuali”, deve diventare “un atteggiamento costante”. È qui che la Campanha trova la sua legittimità: non nel rumore delle polemiche, ma nella semplicità evangelica di un popolo che prega, digiuna e poi – senza proclami – mette mano al dolore dell’altro.
