Quando sul tavolo della Casa Bianca finisce lo scenario “Khamenei nel mirino”, la parola deterrenza smette di essere strategia e diventa roulette: un presidente che può “decidere da un momento all’altro” trasforma il Medio Oriente in un teatro dove l’improvvisazione vale più della politica. Evacuazioni, portaerei in movimento e piani “limitati” che promettono di restare tali solo fino alla prima ritorsione: senza un fine chiaro, l’idea di colpire la testa del regime non è soluzione—è l’atto che rende inevitabile la spirale.
C’è una parola che, quando entra nei briefing della Casa Bianca, smette di essere analisi e diventa destino: “opzioni”. La cronaca la pronuncia con aria neutra, come se si trattasse di un menu; ma quando tra le opzioni compare l’idea di “mettere nel mirino” la Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, e persino suo figlio Mojtaba, la neutralità è una finzione. Non è più deterrenza: è politica della decapitazione. Ed è, quasi sempre, l’anticamera dell’escalation.
Axios racconta che a Donald Trump sono stati presentati scenari militari che includono anche quel salto nel buio. E i funzionari che parlano con i giornalisti aggiungono la frase più inquietante in assoluto: “potrebbe decidere da un momento all’altro”. La guerra come click, la strategia come improvvisazione, l’atto più grave dello Stato ridotto a un riflesso presidenziale.
Intanto i segnali sul terreno – quelli che non fanno teoria ma preparano il sangue – si addensano. Reuters descrive una preparazione avanzata per un confronto che potrebbe scivolare fuori dal perimetro “limitato”, con ipotesi di operazioni prolungate e persino scenari di “regime change”, qualora la diplomazia fallisse. Non sono frasi da editoriali: sono le parole che precedono i dispiegamenti, e i dispiegamenti precedono le bare.
Poi c’è l’altro termometro, quello logistico: quando cominciano i movimenti su basi e portaerei, le chiacchiere diventano preparativi. In queste ore si parla di evacuazioni e riposizionamenti nelle basi USA nella regione, mentre il Pentagono e fonti diverse si rimpallano interpretazioni e smentite: il segnale, comunque, è la tensione.
E nel Mediterraneo entra la USS Gerald R. Ford, la portaerei più grande del mondo: anche questo è un messaggio, un pezzo di frase scritto con l’acciaio.
Fin qui la superficie. Sotto, però, c’è il meccanismo più pericoloso: l’assenza di un fine politico chiaro. Il New York Times (ripreso da più fonti) sottolinea la confusione degli obiettivi dichiarati: nucleare, missili, sostegno a proxy regionali, “protezione” dei manifestanti, cambio di regime… troppi scopi, nessuna gerarchia. È il classico preludio delle guerre che iniziano “chirurgiche” e finiscono infinite: si spara prima di aver deciso cosa significhi “vincere”.
In questo quadro, il punto più delicato – e più moderno – non è nemmeno l’Iran. È l’America. Perché una cosa è discutere se Teheran stia stringendo o no verso la soglia nucleare; un’altra è autorizzare, per reazione, una dottrina in cui l’assassinio del vertice religioso-politico diventa opzione legittima “tra le altre”. È una scorciatoia che promette risultati rapidi e produce conseguenze lente e feroci: martiri, radicalizzazione, rappresaglie asimmetriche, basi e civili come bersagli “legittimi” nella regione. E soprattutto una tentazione: se si può decapitare un regime, allora non serve più capire una società.
E mentre cresce la pressione, cresce anche la frizione costituzionale interna: Reuters segnala che negli USA si prepara un confronto sul War Powers Act, con tentativi di costringere il presidente a passare dal Congresso prima di aprire ostilità. Segno che, a Washington, qualcuno ha capito che la guerra “decisione istantanea” è anche una guerra senza responsabilità condivisa.
L’Iran, intanto, fa ciò che fanno i regimi quando li stringi all’angolo: promette bozza di accordo “in due o tre giorni”, ribadisce che la tecnologia nucleare non si distrugge a bombe, avverte che ogni aggressione renderebbe legittimi gli obiettivi USA nella regione. Da manuale: negoziato e minaccia, mano tesa e pugno chiuso. Ma il vero rischio è che entrambe le parti stiano usando la diplomazia come scenografia, mentre i pezzi sulla scacchiera sono già in movimento.
Il paradosso finale è che l’escalation nasce spesso proprio dall’idea di “attacco limitato”. La limitazione, in Medio Oriente, è una promessa che dura finché dura la prima risposta. Dopo, la logica della ritorsione si prende la scena, e la guerra diventa un corridoio senza uscite: se ti fermi, hai perso; se vai avanti, non sai dove arrivi.
Ecco perché, davanti a opzioni che includono la testa del vertice iraniano, la domanda non è “si può?”. La domanda è: chi fermerà la spirale, quando comincerà? E, soprattutto: qual è l’uscita politica credibile che giustifica l’ingresso militare? Perché senza una risposta a questa domanda, le “opzioni” non sono strategia: sono roulette. E la roulette, quando gira tra Teheran, Tel Aviv e Washington, non paga mai solo chi ha puntato.
