Trump vuole il 5% europeo, ma solo se compriamo a stelle e strisce
Trump ha minacciato il disimpegno dalla NATO per costringere l’Europa a riarmarsi fino al 5% del PIL; ora che Bruxelles prova a fare la cosa più ovvia — spendere di più anche per costruire una difesa industriale europea — Washington alza la voce: guai a toccare il “Buy European”. È il paradosso dell’alleato che pretende la bolletta e decide pure dove fare la spesa: sovranità per gli USA, dipendenza per l’UE.
C’è un modo molto contemporaneo di esercitare egemonia: trasformare la sicurezza in fattura. Trump ha fatto esattamente questo. Prima ha inchiodato gli europei alla promessa del riarmo — “o portate la spesa al 5% o l’ombrello americano si chiude” — poi, quando l’Europa ha iniziato a prendere sul serio il discorso più logico (“se spendo di più, almeno una parte devo produrla io”), è scattato il furore. Come se la difesa europea dovesse restare per definizione una filiale della difesa statunitense.
La vicenda della clausola Buy European è l’altare su cui si vede l’incenso e si scopre il prezzo. Bruxelles, dopo anni di fragilità industriale e dipendenze strutturali, prova a fissare una regola minima di buon senso: nei programmi finanziati dall’UE – dal SAFE da 150 miliardi (strumento di prestiti per aumentare rapidamente gli investimenti nella difesa) ai dispositivi connessi agli appalti congiunti – garantire che una quota prevalente delle componenti sia prodotta in Europa, lasciando una parte a forniture extra-UE. SAFE esiste, è operativo, ed è stato costruito proprio per accelerare investimenti e procurement comune.
Washington, però, non la legge come un’ovvietà industriale. La legge come un affronto commerciale. Politico ha rivelato una pressione esplicita del Pentagono e dell’amministrazione USA contro il “Buy European”, con il messaggio in filigrana: se vi “chiudete”, noi reagiamo. E in parallelo, nella consultazione sulla revisione della direttiva europea sugli appalti della difesa, gli Stati Uniti hanno messo per iscritto un’opposizione frontale a qualunque modifica che limiti la partecipazione dell’industria americana.
E qui si scopre l’altare vero: interoperabilità. È la parola-feticcio. Ogni volta che l’Europa prova a costruire una base industriale autonoma, qualcuno evoca la NATO come ragione per comprare americano. È un argomento serio — perché standard e prontezza contano — ma diventa una scusa quando pretende di trasformarsi in diritto di prelazione permanente. In sostanza: voi pagate di più, ma la vostra autonomia deve fermarsi dove comincia il nostro mercato.
L’irritazione trumpiana, poi, è doppiamente ipocrita perché nasce da un’asimmetria che lui stesso ha alimentato: vi ho costretti a riarmarvi e ora mi infastidisce che il riarmo non sia automaticamente un trasferimento di ricchezza verso l’industria statunitense. È come spingere qualcuno a costruire casa e poi arrabbiarsi se compra i mattoni dal produttore locale.
La verità è che il “Buy European” non è autarchia romantica. È una risposta tardiva e minima a una dipendenza reale: catene di fornitura, componentistica, software e manutenzione spesso extra-UE. Ed è anche, inevitabilmente, una scelta politica: se vuoi una difesa europea credibile, non puoi restare cliente a vita. Un continente che spende miliardi ma non controlla la filiera è un continente che compra sicurezza a rate e con clausole nascoste.
Certo: dentro l’Europa il conflitto è reale. Francia spinge per sovranità industriale; Germania, Polonia, Italia – in misure diverse – temono fratture perché le loro industrie sono intrecciate con fornitori non europei. Ma proprio questo è il punto: l’Unione sta cercando faticosamente di trasformare il riarmo in politica industriale, non in shopping compulsivo. E la reazione americana mostra che la partita, per Trump, non è la stabilità euro-atlantica: è la rendita strategica.
Alla fine, l’elzeviro potrebbe chiudersi con una frase semplice: Trump ha chiesto all’Europa di crescere. Ora pretende che cresca restando dipendente. Ma una difesa “made in Europe” non è un capriccio francese né un sogno autarchico: è la condizione minima perché il riarmo non sia solo paura travestita da bilancio. E se l’alleato si arrabbia quando provi a diventare adulto, forse non ti vuole forte: ti vuole soltanto pagante.
