Un poliziotto ha ucciso un pusher marocchino al quale chiedeva tangente e droga per farlo “lavorare” in pace

Se davvero l’assistente capo Carmelo Cinturrino da poliziotto pretendeva “200 euro e 5 grammi di cocaina al giorno” per lasciare “lavorare in pace” il pusher Abderrahim Mansouri,, non siamo davanti a un eccesso di zelo ma al rovesciamento del mandato: la divisa trasformata in rendita, la legalità ridotta a pizzo. In questo quadro invocare lo scudo penale è un insulto alla giustizia e un boomerang per gli agenti onesti: non li tutela, li infanga, perché protegge solo chi tradisce e alimenta l’unico veleno che lo Stato non può permettersi—l’idea di un potere armato senza responsabilità.

C’è un istante in cui la parola “divisa” smette di indicare un servizio e comincia a indicare un privilegio. Non accade quando un agente sbaglia — l’errore umano esiste e la giustizia serve proprio a distinguere. Accade quando, attorno a un fatto gravissimo, si addensa l’idea che la divisa possa diventare immunità, o peggio ancora: merce.

Le ricostruzioni che emergono dall’inchiesta su Rogoredo — tutte da verificare in sede giudiziaria, ma già pesantissime sul piano morale e istituzionale — parlano di un poliziotto indagato per omicidio volontario e di testimonianze secondo cui avrebbe chiesto denaro e droga a uno spacciatore (“200 euro e 5 grammi di cocaina al giorno”), oltre a ipotesi di “pizzo” e pressioni su altri.  

E poi c’è l’altra ombra, ancora più velenosa: il tempo trascorso prima dei soccorsi, l’ipotesi di una pistola “comparsa” accanto al corpo, colleghi indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso.  

Quando in un contesto del genere qualcuno invoca lo scudo penale per “proteggere le forze dell’ordine”, bisognerebbe rispondere con una frase di puro buon senso: lo scudo penale non protegge il poliziotto; protegge il poliziotto corrotto. E, nel farlo, ferisce due volte: la prima la giustizia, la seconda la polizia.

Perché è un danno alla giustizia

Perché sposta il baricentro: non più l’accertamento dei fatti, ma la difesa preventiva dell’apparato. Lo scudo penale, in questi casi, è il contrario della fiducia: è la confessione che lo Stato teme di guardarsi allo specchio. E se lo Stato non vuole guardarsi allo specchio, chi dovrebbe credergli quando parla di legalità?

Se davvero ci sono state condotte estorsive, se davvero qualcuno ha chiesto “tariffe” per lasciar “lavorare in pace”, non siamo davanti a un eccesso di zelo: siamo davanti al rovesciamento del mandato. Non “proteggere i cittadini”, ma “gestire il territorio” come un feudo. È la forma più odiosa di abuso: quella che usa il potere pubblico come leva privata.  

Perché è un danno al poliziotto (quello vero)

Perché un agente serio non ha bisogno di uno scudo: ha bisogno di regole chiare, formazione, catene di comando limpide, bodycam se servono, protocolli rigorosi e — soprattutto — di una cosa che oggi manca troppo: la certezza che chi tradisce venga isolato subito, senza corporativismi. Lo scudo penale, invece, manda un messaggio tossico: “se sbagli, ti copriamo”. E quel messaggio, nell’opinione pubblica, non distingue più tra il poliziotto onesto e quello infedele. Li trascina entrambi nello stesso fango.

C’è un paradosso: lo scudo penale, presentato come tutela, finisce per diventare una trappola. Perché quando poi esplode un caso (e casi così esplodono sempre), la difesa non è più “ho agito secondo legge”, ma “mi avete garantito l’impunità”. E questo, in tribunale e nella società, è letale.

Rogoredo come metafora

Rogoredo non è solo una piazza di spaccio: è una cartina al tornasole. Dove lo Stato è chiamato a essere fermo e pulito. E se anche solo una parte delle accuse trovasse conferma, vorrebbe dire che qualcuno avrebbe trasformato la lotta allo spaccio in un sistema di rendita, con la divisa come lasciapassare. È un’idea che fa paura più della droga, perché la droga la combatti; la corruzione in uniforme, se la tolleri, ti corrode dall’interno.

Ecco perché il punto non è “difendere l’agente” contro i giudici. Il punto è difendere la dignità della divisa contro chi la usa come scudo morale e come arma materiale. La sola tutela vera, per un poliziotto, è una giustizia che funzioni: rapida, rigorosa, capace di assolvere quando serve e di condannare quando serve. E la sola tutela vera, per i cittadini, è sapere che lo Stato non arretra: né davanti alla criminalità, né davanti ai suoi tradimenti.

In casi così, la scelta è semplice e durissima: o trasparenza o sfiducia. O verità o complicità. Tutto il resto — scudi, slogan, eroismi prefabbricati — è solo fumo. E il fumo, nelle piazze difficili, lo pagano sempre gli stessi: i più fragili e i più onesti.