Arriva il prevedibile no dei lefebvriani alla piena comunione obbedenziale e fiduciale con Roma.
Dopo diversi decenni di pazienza pastorale e aperture canoniche da parte della Chiesa cattolica, la Fraternità San Pio X risponde alla proposta del Dicastero per la Dottrina della Fede con un “no” sostanziale: consacrare vescovi senza mandato pontificio, cioè forzare la Chiesa sul punto in cui la comunione diventa diritto. È il paradosso di un tradizionalismo che invoca carità per ottenere l’eccezione permanente, trasformando la disciplina sacramentale e l’unità gerarchica in materia negoziabile. E se almeno i lefebvriani hanno la franchezza della coerenza, più corrosivo è il tradizionalismo interno che, restando formalmente “dentro”, lavora quotidianamente per dividere: una contestazione sistematica del Magistero che, sotto abiti liturgici, finisce per praticare la forma più subdola di scisma, quella che pretende di essere cattolica a giorni alterni.
A cosa è servita tanta apertura, pazienza e comprensione verso i lefebvriani? A una cosa sola, oggi chiarissima: a togliere ogni alibi. A mostrare, davanti alla Chiesa e alla storia, che Roma non ha mai voluto “vincere” un avversario, ma guadagnare dei fratelli; e che, se il nodo si stringe di nuovo fino alla soglia dello scisma, non è per mancanza di gesti paterni, ma per la scelta ostinata di coltivare una Chiesa parallela sotto il vessillo della “Tradizione”.
Perché i gesti ci sono stati. E non piccoli.
C’è stato, nel 2009, il gesto di Benedetto XVI: la remissione della scomunica ai vescovi consacrati nel 1988, gesto pensato esplicitamente per favorire “quanto prima” la piena comunione.
C’è stata poi la linea pastorale di Francesco: durante il Giubileo della Misericordia e oltre, la concessione della facoltà di assolvere validamente ai sacerdoti della Fraternità, proprio per evitare disagi di coscienza ai fedeli.
E nel 2017 un’ulteriore apertura, delicatissima: indicazioni per regolare l’assistenza ai matrimoni dei fedeli legati alla Fraternità, ancora una volta per custodire le coscienze e affrettare un cammino di regolarizzazione.
Che cos’è questo, se non pazienza? Che cos’è, se non la scelta – evangelica e anche rischiosa – di curare le ferite senza umiliare nessuno?
Eppure eccoci qui, febbraio 2026: la Santa Sede propone un percorso di dialogo “specificamente teologico”, con metodo e tappe, per chiarire i “minimi necessari” alla piena comunione; e pone una condizione elementare, di puro buon senso ecclesiale: sospendere le consacrazioni episcopali annunciate, perché consacrare vescovi senza mandato del Papa significherebbe una “decisiva rottura della comunione ecclesiale (scisma)”.
La risposta? Un “sì” di cortesia e un “no” di sostanza. La Fraternità dichiara, in pratica, che l’accordo dottrinale non è possibile; che i testi conciliari “non possono essere corretti” e che la legittimità della riforma liturgica non può essere messa in questione; dunque, conclude, si va avanti con le consacrazioni il 1º luglio.
Qui sta l’amarezza, e qui sta anche il punto “al vetriolo”: dopo decenni di mano tesa, la Fraternità pretende di trattare la comunione ecclesiale come un contratto da negoziare a piacere, ma senza accettare la regola minima che fonda la cattolicità: non esiste Tradizione contro il Magistero vivo, e non esiste fedeltà a Roma mentre si costruisce un episcopato senza Roma.
Il loro lessico è rivelatore: invocano “carità”, “flessibilità pastorale”, “comprensione”, citano persino l’idea di non riaprire ferite. Ma poi chiedono, come “carità”, che la Chiesa accetti l’unica cosa che non può accettare senza tradire se stessa: un’autorità sacramentale sganciata dall’autorità di Pietro. È come invocare misericordia per ottenere una deroga all’Eucaristia. Un paradosso, travestito da spiritualità.
E qui bisogna essere netti: la loro non è una sofferenza “incompresa”; è una strategia. Perché la linea costante è sempre la stessa: riconoscere a Roma ciò che conviene, contestare a Roma ciò che vincola. Accettare il Papa come simbolo; rifiutarlo come criterio. È un cattolicesimo “a geometria variabile”: cattolico quando beneficia, autonomo quando obbedire costa.
Roma, intanto, ha scelto – di nuovo – una via adulta: niente invettive, ma chiarezza. L’Osservatore Romano ha richiamato con precisione il principio ecclesiologico decisivo: il Papa detiene una potestà “piena, universale, immediata e diretta” e l’ordinazione episcopale senza mandato pontificio comporta rottura di comunione. E Vatican News ha messo in evidenza il cuore della risposta lefebvriana: si confermano le consacrazioni proprio perché non si accetta la cornice dottrinale e pastorale in cui il Concilio è stato recepito e applicato.
Dunque: a cosa è servita tanta pazienza? È servita a far emergere una verità scomoda: il problema non è “la Messa” (che la Chiesa, con prudenza, ha già mostrato di poter custodire in forme diverse); il problema è l’ecclesiologia. Non è il latino: è l’idea – modernissima e protestantizzante, per quanto si travesta da antimodernismo – di essere giudici ultimi del Magistero, selezionando ciò che si riconosce e ciò che si scarta.
E allora sì: viene da chiedersi, con una punta di sale amaro, se Roma non abbia nutrito per troppo tempo un equivoco. Perché la misericordia pastorale ha un limite intrinseco: non può trasformarsi in legittimazione del rifiuto. Il gesto paterno, a un certo punto, deve diventare anche gesto educativo: “basta alibi; o comunione, o separazione”.
E se davvero amano la Tradizione, lo dimostrino nel punto in cui la Tradizione è più concreta e meno estetica: l’obbedienza. Non l’obbedienza servile a un gusto liturgico, ma l’obbedienza ecclesiale alla forma cattolica della fede: quella che non si dà un episcopato in proprio, non si fabbrica una gerarchia parallela, non confonde la “coscienza” con il veto permanente.
La pazienza della Chiesa non è stata inutile. Ha salvato anime, ha evitato scrupoli, ha mostrato una magnanimità che pochi avrebbero avuto. Ma ora, davanti alla scelta di consacrare vescovi senza mandato pontificio, la domanda non è più “quanto siamo stati comprensivi?”. La domanda è: quanto può resistere la comunione quando la si usa come parola e la si nega come fatto?
Una sola aggiunta, doverosa per onestà intellettuale: almeno i lefebvriani si dichiarano e, nel bene e nel male, sono coerenti. Il problema più tossico, però, è interno: quel tradizionalismo “di movimento” che resta nella Chiesa ma pretende di dominarla dall’interno, con arroganza, sospetto sistematico, culto identitario e gusto della divisione; non sceglie la frattura, la produce ogni giorno, insinuando che la comunione sia un optional e che il Magistero valga solo quando conferma la propria bolla.

Grazie Pde Alfonso Bruno per questa precisa , puntuale chiarificazione !
E’ una situazione veramente dolorosa !
ma non si può certo dire che la Chiesa non ha avuto la Pazienza e la Carità necessaria !