Negli Stati Uniti, a volte, una parola burocratica decide più di un comizio: “emergenza”. È una parola che apre porte, accelera procedure, sposta poteri. E proprio su questa parola si è consumato, nelle ultime settimane, un confronto che somiglia meno a una disputa tecnica e più a un referendum sul rapporto tra presidenza imperiale e Costituzione: si può usare l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA, 1977) per imporre dazi su larga scala?
La Corte Suprema ha risposto con una frase che vale come un argine: no, l’IEEPA non è uno statuto tariffario. E se il Congresso avesse voluto concedere al presidente un potere così vasto – il potere di tassare alle frontiere – lo avrebbe detto in modo chiaro.
Non è solo una sentenza; è una radiografia dell’America contemporanea. Perché il tema non è l’economia (o non soltanto). Il tema è la tentazione, sempre ricorrente nella storia statunitense, di trasformare l’eccezione in metodo: quando la politica commerciale diventa il nuovo campo di battaglia della “sicurezza nazionale”, l’emergenza rischia di diventare una scorciatoia per fare ciò che altrimenti richiederebbe dibattito, mediazione, voto. La Corte, con una maggioranza 6-3, ha detto che quella scorciatoia non regge.
Dazi e tasse: la vecchia linea rossa
Il punto giuridico, in fondo, è antico: chi tassa, governa. E in America la potestà di imporre dazi (tariffs) è storicamente legata al Congresso, non alla Casa Bianca. Non è un dettaglio di procedura: è l’architettura stessa dei pesi e contrappesi. Per questo la parola “regolare” – presente nell’IEEPA rispetto alle importazioni – non può essere stirata fino a significare “inventare imposte” senza una delega esplicita. È la logica del limite: il potere esecutivo può agire in fretta, ma non può riscrivere la Costituzione per decreto.
La sentenza (nel caso Learning Resources, Inc. v. Trump, connesso e consolidato con altre cause) non è soltanto un altolà alla creatività legale; è anche un avviso: quando un’interpretazione amplia enormemente un potere presidenziale, soprattutto in un ambito “core” del Congresso come la tassazione, i giudici chiedono una base limpida.
Il vero tema: l’uso politico dell’emergenza
C’è un riflesso, nelle democrazie nervose, che tende a ripetersi: se qualcosa è urgente, allora tutto è consentito. Ma l’urgenza è spesso un’ottima propaganda e un pessimo criterio giuridico. L’IEEPA nasce per misure tipiche di emergenza – controlli, blocchi, sanzioni – non per cambiare l’ordine tariffario globale a colpi di annunci. È qui che la Corte, di fatto, rimette i binari al loro posto: l’emergenza può accelerare l’azione, non sostituire il processo legislativo.
Effetti pratici: l’economia ama la prevedibilità più della retorica
La conseguenza immediata è concreta e poco romantica: molte tariffe imposte sotto quel cappello legale rischiano di cadere, con tutto ciò che ne segue per catene di approvvigionamento, contratti, listini, e soprattutto per l’enigma dei rimborsi dei dazi già incassati (che la decisione non ha risolto in dettaglio). È il lato amministrativo del costituzionalismo: l’incertezza non è un’opinione, è un costo.
Nel medio periodo, il verdetto costringe qualunque presidente a scegliere strade più “ordinarie” (altre leggi commerciali, o un passaggio esplicito dal Congresso). Ciò può rallentare gli impulsi protezionistici, ma aumenta un bene rarissimo: la prevedibilità delle politiche commerciali, che per imprese e partner esteri vale spesso più di qualunque slogan.
Politica: un Congresso chiamato a ricordarsi di essere Congresso
C’è poi la morale politica, che è forse la più interessante: la Corte ha rimesso al centro il Congresso, ma ora il Congresso dovrà decidere se vuole davvero esserci. Potrebbe riaffermare il proprio ruolo, riformare deleghe, restringere o chiarire i poteri d’emergenza; oppure potrebbe limitarsi a commentare. In ogni caso, la parola “emergenza” – da anni gonfiata come pallone retorico – torna ad essere ciò che dovrebbe: una categoria da maneggiare con parsimonia, perché altrimenti diventa un passe-partout per governare senza governare, cioè senza deliberare.
In definitiva, questa vicenda dice qualcosa di più grande dei dazi: dice che lo Stato di diritto americano, quando vuole, sa ancora difendere la sua linea rossa. Non perché ami il libero scambio o detesti il protezionismo, ma perché una democrazia non può vivere di “eccezioni permanenti”. L’IEEPA resta potente, ma confinato al suo scopo: gestire l’eccezione, non sostituire la legge.

