Dopo l’assoluzione in Cassazione di Carole Rackete per lo sbarco a Lampedusa di migranti stremati che il Governo stava lasciando in balia delle onde, arriva da parte della Magistratura il risarcimento per il fermo amministrativo della nave
C’è un Paese che ama le sentenze solo quando gli danno ragione. E poi ce n’è un altro – più silenzioso, più tenace – che vive di carte bollate, di procedure, di “dieci giorni” e di “silenzio-assenso”, di competenze tra prefetture, capitanerie e ministeri. Il caso Rackete–Sea-Watch, che riemerge oggi con un risarcimento di 76mila euro stabilito dal tribunale di Palermo per la detenzione ritenuta illegittima della nave, è l’ennesima scena in cui questi due Paesi si guardano in cagnesco: l’uno recita la parte della politica in guerra permanente, l’altro quella del diritto che, ostinato, continua a chiedere prove, motivazioni, atti coerenti.
La politica, quando parla di migrazioni, ha un vizio di forma: trasforma ogni gesto in simbolo e ogni simbolo in arma. Nel 2019 l’attracco a Lampedusa della Sea-Watch 3 non fu solo un’operazione di soccorso con 53 persone a bordo: divenne una fotografia da brandire, un frame da ripetere, una parola d’ordine. “Speronamento”, “blocco navale”, “sfida allo Stato”: etichette perfette per i comizi, pessime per i fascicoli. Perché il diritto – che non è romantico e non è cinico, è solo lento e pignolo – non ragiona per slogan ma per circostanze, per doveri concorrenti, per gerarchie di norme e per proporzioni tra mezzi e fini. E infatti, come ricostruisce la vicenda, la realtà giudiziaria ha finito per sgonfiare, grado dopo grado, la retorica dell’assedio.
Il passaggio davvero istruttivo non è nemmeno la cifra del risarcimento, modesta rispetto alla temperatura del dibattito. È il meccanismo: finito il sequestro penale, chi trattiene amministrativamente una nave deve decidere e motivare; se la legge prevede un termine, non lo si può trasformare in nebbia. Qui il punto non è “premiare” un’ong o “punire” un governo: è ricordare che lo Stato, quando esercita forza (anche sotto forma di fermo, detenzione, impedimento alla partenza), deve farlo dentro regole riconoscibili. Altrimenti non è “fermezza”, è arbitrio con timbro. E l’arbitrio, in democrazia, non diventa legittimo perché è popolare o perché produce applausi.
Ed è qui che la polemica contro le toghe appare per quello che spesso è: una scorciatoia emotiva. Il ragionamento implicito suona così: siccome la migrazione è “emergenza”, allora ogni atto che promette di ridurla è per definizione giusto; e chi lo ostacola – persino chiedendo solo di rispettare le procedure – diventa automaticamente nemico del popolo, sabotatore, corporazione politicizzata. Ma questa logica è una trappola. Perché l’emergenza, se diventa un’abitudine, non rafforza lo Stato: lo consuma. Soprattutto quando l’emergenza viene usata per spostare il confine tra legalità e volontà, fino a far coincidere la legge con chi governa. La frase non detta – “la legge sono io” – è sempre la più pericolosa, perché non ha bisogno di essere proclamata: basta praticarla.
C’è poi un altro elemento, più sottile, che la vicenda mette in luce: la politica contemporanea ha bisogno di conflitti che durino. Il “blocco navale” non è solo un dispositivo operativo – che si può discutere nel merito – ma un linguaggio, un modo di occupare lo spazio pubblico con la promessa di un gesto definitivo. E quando quel gesto viene contestato dai fatti, dalle norme o dalle corti, la promessa non si corregge: si rilancia. Non si dice “abbiamo sbagliato cornice giuridica”, si dice “ci vogliono impedire di governare”. È una tecnica antica: spostare il tema dal contenuto dell’atto al presunto complotto contro l’atto, così da evitare la domanda principale: era legittimo? era proporzionato? era motivato?
Il caso Sea-Watch non obbliga ad amare le ong, né a ignorare la complessità della gestione dei flussi, né a fingere che l’opinione pubblica non abbia paura o stanchezza. Obbliga, più semplicemente, a riconoscere una cosa: la frontiera non è un luogo dove lo Stato può sospendere se stesso. Se lo fa, la frontiera diventa laboratorio di eccezione permanente, e l’eccezione – prima o poi – risale verso il centro. Oggi riguarda una nave; domani riguarderà altri corpi, altre libertà, altre urgenze inventate.
In definitiva, la “vittoria” non è di Sea-Watch e la “sconfitta” non è del governo. La vittoria – se vogliamo chiamarla così – è del principio per cui la forza pubblica non è un temperamento ma una funzione: si esercita con limiti, tempi, responsabilità. E se questo principio infastidisce chi governa, non è la magistratura a “bloccarsi”: è la politica che si scopre nuda davanti alla domanda più semplice e più adulta che esista in uno Stato di diritto: da quale legge ti fai guidare, quando dici di voler difendere la legge?
