In una Piazza San Pietro piena di bandiere e di volti arrivati da ogni continente, Leone XIV ha ripreso questa mattina, alle 10, il ciclo di catechesi dedicato ai “Documenti del Concilio Vaticano II”, fermandosi sulla Lumen gentium e su una definizione che è insieme vertiginosa e concreta: la Chiesa come “mistero” e come “sacramento”, cioè segno e strumento dell’unione con Dio e dell’unità del genere umano.
Il Papa ha aperto l’incontro con un saluto semplice, “buongiorno e benvenuti”, e ha subito spostato il baricentro della catechesi sulla domanda originaria: da dove nasce la Chiesa e che cosa, davvero, essa pretende di essere. Il Concilio – ha ricordato – quando parla di “mistero” non intende qualcosa di oscuro o incomprensibile. Al contrario, attingendo al linguaggio paolino, specialmente agli Efesini, indica una realtà prima nascosta e poi rivelata: il disegno di Dio che mira a riconciliare e unificare tutte le creature nell’azione di Cristo, culminata nella croce.
È qui che Leone XIV ha legato teologia e cronaca dell’umano. La condizione dell’umanità – ha osservato – è una frantumazione che l’uomo, da solo, non riesce a riparare, anche se porta nel cuore la nostalgia dell’unità. In questo strappo entra l’opera di Gesù, che “vince le forze della divisione e il Divisore stesso” mediante lo Spirito Santo. E il primo luogo in cui questa unificazione si sperimenta, con una forza quasi “misurabile”, è l’assemblea liturgica: quando la comunità si raduna, le differenze non spariscono, ma vengono relativizzate davanti a ciò che conta davvero, l’attrazione dell’Amore di Cristo che “abbatte il muro di separazione”.
Da qui l’immagine ecclesiale che il Papa ha riproposto con una chiarezza pastorale: ekklesía, la convocazione. La Chiesa non è un club di affini né un’identità chiusa a difesa; è, per definizione, un “raduno” generato da un’iniziativa di Dio. E proprio perché è opera di Dio, non può restare esperienza di pochi: è destinata, nelle intenzioni del Concilio, a dilatarsi fino a includere l’umanità intera e, in prospettiva, persino il cosmo.
Il cuore della catechesi è arrivato quando Leone XIV ha citato il n. 1 della Lumen gentium: la Chiesa “è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”. Il Papa ne ha tratto una doppia conseguenza. Segno, perché guardando alla Chiesa – pur con tutte le sue povertà – si può intravedere il disegno di Dio nella storia. Strumento, perché non si tratta di un segno immobile o ornamentale: Dio, operando, coinvolge persone e comunità, e “attraverso la Chiesa” conduce a sé e riunisce tra loro.
In questa prospettiva, l’unione con Dio non è un’esperienza privata che lascia il mondo com’è: si riflette nell’unione tra le persone, diventa criterio di salvezza “sociale” oltre che personale. Il Papa lo ha ribadito richiamando ancora la Lumen gentium (n. 48), dove la Chiesa è detta “sacramento universale della salvezza”: Cristo, innalzato da terra, attira tutti a sé; risorto, dona lo Spirito; e continua ad agire nel mondo per condurre gli uomini alla Chiesa e, attraverso di essa, unirli più strettamente a lui, nutrendoli del suo Corpo e del suo Sangue.
Nel tratto conclusivo, Leone XIV ha fatto emergere il tono più grato che polemico: l’appartenenza ecclesiale non come privilegio, ma come responsabilità. In un’umanità “ancora frantumata”, la Chiesa – ha detto – è chiamata a vivere come presenza santificatrice, segno efficace di unità e riconciliazione tra i popoli: non una bandiera da sventolare, ma un compito da incarnare.
Dopo il riassunto della catechesi nelle diverse lingue e i saluti ai gruppi di fedeli, l’Udienza Generale si è conclusa con la recita del Pater noster e la Benedizione apostolica: un finale essenziale, quasi a ribadire che il “mistero” non resta in aria, ma scende nella preghiera comune e nella vita condivisa.
