C’è una parola che in Italia funziona come anestetico: equivoco. Lo si usa per tutto: per attenuare, per confondere, per rinviare. E infatti, anche davanti alla sentenza del Tribunale di Bari che ha condannato dodici militanti riconducibili a CasaPound per i fatti del 2018 nel quartiere Libertà, l’equivoco si è già messo al lavoro: non è fascismo, è folklore; non è squadrismo, è una rissa; non è politica, è cronaca. La Repubblica, intanto, incassa il conto: cinque anni di privazione dei diritti politici ai condannati, e un dibattito che riparte… esattamente dal punto sbagliato.
Perché sì: molte cronache e molte dichiarazioni politiche hanno raccontato la decisione come una condanna per “ricostituzione del partito fascista” in senso stretto. Ma il punto – finché non leggeremo le motivazioni, attese entro novanta giorni – è più tecnico e proprio per questo più istruttivo. Negli atti disponibili (decreto di rinvio a giudizio e dispositivo, letti da chi ha fatto fact-checking) non compare la contestazione dell’articolo 2 della legge Scelba, quello che punisce la ricostituzione organizzata del partito fascista in senso pieno. La condanna, per come è stata comunicata, ruota invece attorno agli articoli 1 e 5: “manifestazioni usuali” del fascismo e metodo squadrista come strumento di partecipazione politica, oltre alle lesioni per una parte degli imputati. È una differenza che non assolve nessuno: semmai inchioda tutti a una domanda più scomoda.
La domanda è questa: quanta violenza e quanta simbologia serve ancora perché l’Italia smetta di chiamare “opinione” ciò che assomiglia a intimidazione? Perché l’articolo 5 non riguarda un museo delle cere, ma il repertorio pubblico di gesti, simboli, posture che una democrazia nata dall’antifascismo ha scelto di considerare penalmente rilevanti. E l’articolo 1, con quella parola che torna come un fantasma – riorganizzazione – non è un refuso. È il perimetro che la Costituzione ha preteso per evitare che il fascismo rientri dalla finestra, in doppiopetto o in felpa nera, dopo essere stato cacciato dalla porta.
Il fascismo non “esagera”: funziona proprio quando sembra normale
La scena giudiziaria nasce da un fatto concreto: l’aggressione del 21 settembre 2018, con un gruppo di antifascisti colpiti al termine di un corteo. Le ricostruzioni parlano di armi improprie, spranghe, mazze, pistole a salve, cinture: non un’“animazione urbana”, ma la grammatica antica delle spedizioni punitive. Se davvero – come sostenuto nell’impianto accusatorio – l’azione fu preparata e organizzata, la questione non è il colore politico dei colpevoli: è l’idea di politica che porta qualcuno a trasformare la strada in ring e l’avversario in bersaglio.
A questo punto, però, entra in scena l’Italia più prevedibile: quella che, davanti a una condanna, fa due cose contemporaneamente e senza arrossire. Da un lato invoca lo Stato di diritto (“è primo grado”, “aspettiamo le motivazioni”, “faremo appello”). Dall’altro pretende il diritto alla vetrina, come se la democrazia fosse obbligata a ospitare chi la disprezza. È qui che la storia di Bari si salda con Genova e con la polemica sulla RAI: decine di comitati che scrivono al servizio pubblico per dire una cosa elementare, eppure diventata scandalosa: “nessuna vetrina ai neofascisti”. Non è censura. È igiene democratica. È la differenza tra informare e normalizzare.
Il punto non è impedire a qualcuno di parlare; il punto è evitare che l’odio e il culto della forza vengano trattati come un genere televisivo, una rubrica, un dibattito da salotto con due opinioni equivalenti. Perché quando si concede “spazio” senza contesto critico adeguato, lo spazio diventa ossigeno. E l’ossigeno, per certe culture politiche, è benzina.
Nel frattempo, la politica fa ciò che sa fare: si divide tra chi chiede lo scioglimento e lo sgombero, chi invoca informative urgenti, chi preferisce non vedere.
Il problema non è solo CasaPound: è l’ecosistema che la rende possibile. È la tentazione italiana di considerare il fascismo un accessorio di scena, un’estetica, una caricatura da tollerare “finché non esagera”. Peccato che il fascismo non “esagera”: funziona proprio quando sembra normale. Quando si presenta come “tradizione”, “identità”, “ordine”. Quando, a forza di microfoni e ospitate, diventa un’opzione.
E allora sì, chiariamo anche l’altro equivoco: la sentenza di Bari – così com’è, per quello che oggi sappiamo – non è una dichiarazione generale di illegittimità di CasaPound né una condanna per l’articolo 2. È una condanna per condotte specifiche, collocate dentro una vicenda di violenza organizzata e di repertorio fascista. Ma proprio per questo è significativa: perché riporta la legge Scelba dal talk show al tribunale. E dice, con il linguaggio freddo della giustizia, ciò che la politica ha spesso paura di dire con la voce calda della responsabilità: la democrazia non è neutrale verso chi la usa come bersaglio.
In Italia si ama ripetere che “il fascismo è finito”. È vero: è finito come regime. Ma non è finito come tentazione. Ogni volta che lo si riduce a folklore, rinasce come metodo. Ogni volta che lo si tratta come opinione, rientra come intimidazione. Ogni volta che lo si invita in studio, si mette una sedia in più a tavola – e poi ci si stupisce se qualcuno apparecchia con le spranghe.
Aspettiamo le motivazioni, certo. Aspettiamo l’appello, certo. Ma nel frattempo una cosa possiamo farla subito, senza attendere nessun dispositivo: smettere di confondere la libertà con la complicità. E ricordare che la Repubblica non “vince” quando pronuncia una frase cerimoniale, ma quando trova il coraggio di togliere ossigeno a ciò che la vuole più debole, più impaurita, più cinica. In una parola: più disponibile a dimenticare.
