La diplomazia vaticana non si inchina all’arroganza dei potenti
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Nel giorno in cui Roma celebrava i Patti Lateranensi a Palazzo Borromeo, il cardinale Pietro Parolin ha scelto la frase più semplice e più difficile: la Santa Sede non parteciperà al Board of Peace. Non per dispetto, ma per identità. Non per isolarsi, ma per rimettere al centro la regola che i forti vorrebbero aggirare: le crisi globali si gestiscono nel quadro multilaterale, anzitutto all’Onu, non in un club costruito attorno al peso di chi comanda.
C’è un modo elegante di dire “no” senza alzare la voce. E poi c’è un modo ancora più raro: dire “no” senza chiedere permesso, senza cercare una formula ambigua per restare dentro dalla porta di servizio. Il cardinale Parolin, interpellato sulla partecipazione al Board of Peace voluto dall’amministrazione Trump, non ha cercato scorciatoie: “la Santa Sede non parteciperà”, perché la sua “particolare natura” non coincide con quella degli altri Stati. È un no che non ha l’odore della polemica, ma il timbro della coerenza.
In tempi in cui la politica internazionale è tentata dall’idea che la forza basti a legittimare la forma — “conta chi paga, chi decide, chi garantisce” — la Santa Sede ha scelto la grammatica opposta: conta chi include, chi rende trasparente, chi non sostituisce le sedi comuni con architetture parallele. Parolin non ha negato che “si stia tentando di dare una risposta” alla crisi; ha però indicato il nervo scoperto: ci sono “punti critici” che lasciano “perplessi”, e soprattutto c’è una preoccupazione di fondo, che suona come un avvertimento diplomatico e morale insieme: che sia “soprattutto l’Onu” a gestire queste situazioni di crisi. Tradotto: non si costruisce la pace aggirando l’arbitro, né si scrive la stabilità con un regolamento fatto su misura dei più forti.
Ecco perché questo “no” pesa più di tanti “sì” di circostanza. Perché non è l’ennesimo posizionamento tattico, ma un gesto che difende un principio: il multilateralismo non è un orpello, è l’unico antidoto — imperfetto ma necessario — alla privatizzazione della politica mondiale. Quando Parolin insiste sul ruolo dell’Onu, non sta idealizzando un’istituzione spesso lenta e contraddittoria; sta dicendo che la lentezza delle regole è meno pericolosa della velocità degli uomini forti.
C’è, in controluce, un’altra verità: la Santa Sede sa bene che il suo peso non è quello delle potenze, e proprio per questo non può permettersi di “fare finta” di essere una potenza. Se accettasse il tavolo come se fosse un attore equivalente, tradirebbe la sua missione; se accettasse come comparsa ornamentale, tradirebbe la sua credibilità. Meglio restare fuori che essere usati come alibi morale di un dispositivo che — per struttura e rappresentanza — viene già contestato da più parti.
È inevitabile che il confronto, qui, finisca anche per riflettere le ambiguità italiane: Roma “osservatore”, Bruxelles “osservatore”, come se la politica estera fosse diventata l’arte di esserci senza esserci, di comparire senza vincolarsi, di non scegliere per non pagare il prezzo della scelta. La Santa Sede, al contrario, sceglie: e con la scelta espone se stessa, perché un no chiaro è sempre più costoso di una presenza in punta di piedi.
Dentro lo stesso giro di dichiarazioni, Parolin ha lasciato filtrare “parecchio pessimismo” sull’Ucraina: quasi quattro anni di guerra e “non sembra” ci siano “progressi reali”, né “molte speranze e attese”. È un pessimismo che non cede al cinismo: è, semmai, la denuncia del punto in cui siamo arrivati quando la diplomazia viene ridotta a comunicato, e la guerra diventa abitudine. Anche qui torna lo stesso criterio: senza sedi condivise, senza processi credibili, senza un ordine minimo, i “dialoghi” rischiano di essere solo rumore.
Alla fine, il messaggio è netto: la Santa Sede non si lascia arruolare. Non entra in un “board” perché invitata dal potente di turno. Non confonde la pace con l’amministrazione della crisi. Non benedice scorciatoie che bypassano il diritto internazionale e, peggio ancora, bypassano i popoli coinvolti. Se c’è un’arroganza tipica dei forti, è credere che la legittimità si erediti dalla forza; se c’è una libertà tipica della Chiesa quando è fedele a se stessa, è ricordare che la legittimità nasce dalla giustizia, e la giustizia ha bisogno di regole comuni, non di club esclusivi.
Questo “no” non è una porta sbattuta: è un confine tracciato. E in una stagione in cui i confini morali vengono continuamente riscritti dai rapporti di forza, un confine tracciato con calma — e senza piegarsi — è già una forma di resistenza.
