La gratitudine pubblica incontra la santità feriale della donazione
In Kerala, India meridionale, la bara più piccola ha avuto l’onore più grande: trombe, guardie sull’attenti, autorità in prima fila. Aalin Sherin Abraham, dieci mesi, morta dopo un incidente stradale, è stata salutata con funerali di Stato perché, con la decisione dei suoi genitori cattolici, la sua vita ha continuato a battere altrove: un espianto multiplo che ha ridato speranza ad altri bambini.
C’è qualcosa di disarmante — e insieme di profondamente politico — nel vedere lo Stato inchinarsi davanti a una culla diventata feretro. Perché lo Stato, di solito, ama celebrare ciò che misura: le opere, le carriere, i risultati, le medaglie. E invece in Kerala ha celebrato l’invisibile: un gesto compiuto nel buio di una corsia, nella stanza dove la morte cerebrale non è un concetto, ma una frase che ti spezza la lingua. Aalin aveva dieci mesi, non un curriculum. Eppure la comunità l’ha iscritta nella memoria collettiva come “la più piccola donatrice di organi del Kerala”, la più piccola a cui sia stato possibile un espianto multiplo.
La cronaca è netta, quasi crudele nella sua precisione: incidente il 5 febbraio, ospedali in sequenza, tentativi, speranze, e poi il 13 febbraio la diagnosi che chiude una porta e ne apre un’altra, infinitamente più difficile: lasciare andare e, nello stesso tempo, consegnare. Il padre Arun Abraham e la madre Sherin Ann John — giovanissimi, cattolici — hanno detto sì alla donazione degli organi non compromessi: cuore, fegato, reni, cornee. E quel “sì” ha trasformato un lutto privato in una responsabilità pubblica.
È qui che la storia smette di essere “commovente” e diventa scomoda, perché ci obbliga a guardare come trattiamo la morte quando non possiamo evitarla. Spesso la circondiamo di retorica o la nascondiamo dietro l’efficienza sanitaria. Invece questa volta la morte è stata costretta a parlare il linguaggio della comunione: un corpo piccolissimo che, attraverso procedure rigorose e una logistica notturna tutt’altro che banale, ha raggiunto più ospedali e più destinatari. Persino il dettaglio del trasporto su strada — perché di notte i cieli sono chiusi all’aviazione civile — dice che la vita donata non è un’idea poetica: è una catena concreta, fatta di tempi, compatibilità, corridoi, ambulanze.
Il funerale di Stato, allora, non è soltanto un gesto di omaggio. È un messaggio culturale: una società che, almeno per un giorno, decide di educare se stessa. Il primo ministro del Kerala, Pinarayi Vijayan, ha parlato di “atto monumentale di compassione” e di “autentica nobiltà”, riconoscendo pubblicamente che la grandezza non coincide con la durata della vita, ma con la qualità dell’amore che la attraversa.
Eppure, proprio quando la storia sembra perfetta, arriva la nota che brucia: la famiglia ha dovuto perfino mettere in guardia da possibili raccolte fondi abusive “in nome di Aalin”. È la prova — dolorosa ma realistica — che il bene, quando diventa virale, attira anche chi vive di sciacallaggio morale. La santità feriale di una scelta può trasformarsi in brand, in pretesto, in strumento. E qui la comunità è chiamata a un secondo atto di maturità: non consumare la storia, ma custodirla; non sfruttarla, ma imitarne la verità.
Dentro questa vicenda c’è anche una pagina di dialogo silenzioso tra fede e cittadinanza. I genitori sono cattolici, la cerimonia è pubblica, la gratitudine è civile. Non c’è competizione tra altare e istituzioni: c’è un incontro. È come se lo Stato avesse riconosciuto che esistono gesti che “fanno società” più di mille discorsi: gesti che insegnano che la vulnerabilità non è scarto, e che la morte — quando non si può evitarla — può diventare, almeno in parte, promessa per altri.
Alla fine, la domanda non è se sia “giusto” un funerale di Stato per una neonata. La domanda è più severa: siamo ancora capaci, come comunità, di onorare ciò che non torna utile? Siamo capaci di dire grazie a chi non ha potere, a chi non parla, a chi non può nemmeno sapere di aver salvato qualcuno?
Aalin non ha fatto in tempo a pronunciare una parola. Eppure la sua storia — e soprattutto la scelta dei suoi genitori — ha pronunciato una frase che dovrebbe restare impressa nelle nostre città anestetizzate: il valore di una vita non si misura solo da quanto dura, ma da quanta vita lascia passare
