Dominique Pelicot narcotizzava sua moglie e in pochi anni l’ha fatta abusare da almeno 78 uomini! Il peggio è che filmava e fotografava gli atti sessuali per monetizzare sul dark web

Nel suo “Memoir A Hymn to Life: Shame Has to Change Sides” (in uscita il 17 febbraio 2026), Gisèle Pelicot spiega perché, dopo anni di violenze subite e un processo senza precedenti per numero di imputati, ha scelto di aprire le porte dell’aula: non per esibire il dolore, ma per spostare la vergogna dove deve stare. E inchiodare una società che chiede discrezione alle vittime e offre anonimato morale ai carnefici.  

C’è una frase che l’Europa ripete come una preghiera laica ogni volta che esplode un caso di stupro: “Rispettiamo la vittima”. Poi, puntualmente, traduce quel rispetto in una cosa sola: silenzio. Un silenzio elegante, educato, “protettivo”. Un silenzio che, guarda caso, finisce quasi sempre per proteggere chi ha fatto il male e non chi lo ha subito.

Gisèle Pelicot ha capito – e lo scrive con una lucidità che fa male – che il rischio più grande di un processo a porte chiuse non è l’imbarazzo: è l’effetto collaterale perfetto della violenza, cioè l’invisibilità. Il tribunale chiuso diventa una stanza sigillata dove il potere resta dalla parte di chi mente meglio, guarda più duro, alza più la voce. E soprattutto: dove l’orrore rimane “cosa privata”, come se lo stupro fosse una faccenda di coppia, un inciampo domestico, una vergogna personale.  

Il punto che irrita – ed è giusto che irriti – è questo: la nostra cultura è costruita per chiedere alle vittime doti eroiche che non chiediamo mai ai colpevoli. Alla donna si domanda compostezza, discrezione, misura, “non esagerare”, “non fare spettacolo”. All’uomo, invece, basta non essere “un mostro riconoscibile”: basta essere un vicino normale, un collega qualunque, un padre apparentemente decente. E così la società si consola: gli stupratori sono altrove. Invece, nel caso Pelicot, la realtà si è presentata con la sua faccia più intollerabile: una violenza organizzata, seriale, collettiva, resa possibile da una banalità agghiacciante.  

E allora la scelta di rendere pubblico il processo non è stata un vezzo mediatico. È stata un atto politico nel senso più alto: rompere il patto non scritto per cui la vittima deve vergognarsi “per non disturbare”, mentre i responsabili possono restare dentro l’ambiguità sociale del “potrebbe essere chiunque”. Pelicot, invece, ribalta il tavolo: se la vergogna ha un indirizzo, non è quello della donna che sopravvive; è quello di chi agisce, di chi copre, di chi minimizza, di chi ride, di chi sussurra “meglio non parlarne”.  

Il vetriolo, qui, va distribuito con precisione.

Va agli uomini che hanno imparato a non vedere.

Non quelli “cattivi” in astratto. Quelli reali: quelli che confondono il consenso con il silenzio, che chiamano “zona grigia” ciò che è violenza, che hanno sempre una battuta per spostare la colpa. La cultura dello stupro non nasce dal diavolo: nasce da una educazione al privilegio.

Va al linguaggio pubblico, che pretende pudore dalle ferite.

Quando un caso diventa enorme, la domanda tipica non è “come si è potuto arrivare a questo?”, ma “perché lei lo racconta?”. Come se il problema fosse la narrazione, non il crimine. Come se il trauma fosse indecente, e l’indecenza non stesse nell’atto che lo ha generato.

Va al riflesso istituzionale dell’“eccezione”.

Ogni volta si dice: è un caso raro. E invece sono rare solo le prove, rara la denuncia, rara la possibilità di arrivare in fondo. Pelicot stessa diventa simbolo proprio perché ha avuto la forza – e il contesto processuale – per non farsi ridurre a un fascicolo.  

E poi c’è un ultimo bersaglio, il più scomodo: la tentazione della società di usare le vittime come strumenti. O come trofei morali (“guarda com’è coraggiosa”), o come materiale emotivo (“che storia terribile”), o come carburante per indignazioni a tempo. Pelicot sembra dirci una cosa più severa: non cercate in me un’icona. Cercate in voi stessi il punto in cui avete accettato che la vergogna fosse dalla parte sbagliata.

Il suo libro – e il modo in cui racconta la decisione di aprire l’aula – non chiede pietà. Chiede giustizia. E chiede qualcosa di più difficile: una conversione civile. Che comincia da una frase semplice, finalmente non negoziabile: le vittime dello stupro non dovrebbero mai vergognarsi. La vergogna, se deve avere un volto, è dall’altra parte.