Il figlio incatenato, la deputata colombiana e il karma della deportazione
Ángela Vergara, conservatrice e ideologicamente allineata al trumpismo, denuncia che suo figlio è detenuto in Louisiana dall’ICE da quasi tre settimane, “incarcerato e incatenato”. E chiede al governo di sinistra di Gustavo Petro di intervenire per accelerare i voli di rimpatrio. La cronaca, qui, è più tagliente di qualsiasi satira: quando la politica diventa tifo, la realtà arriva a presentare il conto in casa.
C’è una frase che la politica latinoamericana dovrebbe incidere sul marmo dei palazzi: non esistono “deportazioni” in astratto, esistono corpi. Mani legate. Attese senza spiegazioni. Stanze fredde. E, soprattutto, famiglie che scoprono all’improvviso cosa significa essere un numero dentro una macchina amministrativa.
Il caso della deputata colombiana Ángela Vergara è diventato virale per questo: perché mette in scena, senza filtri, l’incongruenza che molti preferiscono ignorare finché non li tocca. Vergara – vicina politicamente alla galassia trumpiana, attiva nella retorica “pro-life” e nella saldatura culturale tra conservatorismi – denuncia che il figlio Rafael Alonso Vergara, 22 anni, sarebbe stato fermato in strada in Louisiana, identificato come immigrato e trattenuto dall’ICE da 18–20 giorni, “encadenado”, pur avendo (a suo dire) permesso di lavoro e Social Security e senza precedenti.
Fin qui, la cronaca. Poi arriva la parte che graffia.
Perché la deputata – di colpo – parla il linguaggio di chi, fino a ieri, veniva liquidato come “problematico”: chiede “intervento”, invoca “volo umanitario”, pretende tempi rapidi per la repatriazione volontaria. E soprattutto, chiede aiuto proprio a quel governo di Gustavo Petro che la sua area politica dipinge spesso come il nemico ideologico: lo Stato “progressista” chiamato a riparare i danni del “realismo” securitario.
È il capovolgimento perfetto: la politica identitaria che torna indietro come un boomerang e colpisce il salotto buono.
Il trumpismo – nella sua versione più muscolare – ha reso l’immigrazione una liturgia civile: una narrazione in cui “ordine” significa retate, e “sovranità” significa spettacolarizzare la forza. Negli Stati Uniti, questa stagione è accompagnata da un’espansione operativa dell’ICE e da metodi contestati, con episodi che hanno alimentato proteste e inchieste giornalistiche, anche per l’uso della forza e per ricostruzioni ufficiali poi messe in dubbio da video.
Ma il punto – qui – non è fare un processo alle intenzioni. È qualcosa di più semplice e più crudele: le politiche “dure” funzionano sempre allo stesso modo. Non leggono il profilo ideologico del fermato, non chiedono per chi vota sua madre, non distinguono tra chi applaudiva le retate e chi le temeva. La macchina prende, incasella, trattiene. Il resto viene dopo, se viene.
E così la deputata scopre, in carne viva, ciò che la propaganda evita accuratamente di spiegare: che tra “regolarità in attesa” e “irregolarità punita” spesso c’è un territorio grigio dove si resta appesi per settimane. E che la promessa di “sicurezza” diventa, nella pratica, una catena burocratica: opaca, lenta, impersonale.
Poi c’è l’altra ironia, ancora più scura: mentre Vergara chiede a Petro di accelerare i rimpatri, la diplomazia tra Bogotá e Washington vive una fase di riavvicinamento pragmatico, dopo mesi di tensioni e negoziati su sicurezza e migrazioni.
In altre parole: la sua emergenza privata entra nel tritacarne delle relazioni bilaterali, dove i diritti umani diventano spesso una nota a margine di dossier più “pesanti”.
Naturalmente, sui social si grida all’ipocrisia. Ma sarebbe troppo facile fermarsi lì, come se bastasse un meme per chiudere la questione. Il caso Vergara è interessante perché illumina un meccanismo più grande: il conservatorismo latino “pro-USA” importato in formato MAGA, che usa l’immigrazione come bandiera morale… finché non deve pagare i costi reali della bandiera.
Il paradosso è che questa vicenda potrebbe persino diventare un’opportunità politica, se qualcuno avesse il coraggio di leggerla con onestà: non per “convertire” Vergara, ma per costringere tutti – destra e sinistra – a dire ad alta voce ciò che sanno benissimo e tacciono: che l’immigrazione, gestita a colpi di slogan, produce sempre innocenti schiacciati insieme ai colpevoli. E che la dignità umana non è una concessione “per i nostri”, ma un criterio per tutti.
Alla fine resta una scena: una deputata che per anni ha flirtato con l’idea di un ordine costruito su retate e muscoli, e che oggi chiede una cosa semplicissima: che suo figlio non resti “incatenato” nel limbo.
Ecco il vetriolo: la politica come tifoseria funziona benissimo… finché non arriva in famiglia.
