Lead — Dopo il videointervento al forum di Al Jazeera a Doha, una quarantina di deputati macroniani e il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot hanno chiesto le dimissioni di Francesca Albanese dal ruolo di relatrice speciale ONU sui Territori palestinesi occupati. La miccia è una frase diventata titolo: “nemico comune”. Ma il punto, qui, è se l’Europa voglia discutere una parola — o mettere a tacere una funzione.
C’è un modo semplice per non entrare nel merito delle tragedie: trasformare chi le racconta in un “caso”. Non è nuovo, e non riguarda solo Francesca Albanese. È un meccanismo antico: si sposta la controversia dal fatto alla persona, dalla verifica alla delegittimazione. In questi giorni, in Francia, la richiesta di dimissioni è stata motivata con un’accusa precisa: non aver criticato “il governo israeliano” ma “Israele come popolo e nazione”.
Ora, se un relatore ONU vuole essere efficace, deve pesare le parole. E la formula “nemico comune”, lanciata in un contesto già polarizzato, è oggettivamente pericolosa: può suonare come condanna indistinta, può prestarsi a letture identitarie, può diventare carburante per l’odio. Ma proprio perché le parole contano, contano anche le precisazioni: Albanese ha risposto pubblicamente che il “nemico comune dell’umanità” non è “un popolo”, bensì “il sistema” politico, economico e di impunità che — a suo avviso — ha reso possibile la distruzione e l’azzeramento di ogni argine giuridico.
E qui sta il nodo: una democrazia adulta non chiede la testa per una frase — chiede chiarezza, argomenti, prove, confutazioni. Invece la politica, quando è a corto di pazienza o di coraggio, preferisce il gesto simbolico: “si dimetta”. È uno strumento che dà l’illusione di ripristinare l’ordine morale senza fare la fatica del dibattito. Ma è anche un boomerang: perché un relatore speciale non è un ministro, né un portavoce governativo; è un esperto indipendente nominato dal Consiglio ONU dei diritti umani, che opera in capacità personale, non è personale ONU e non è retribuito, proprio per preservarne l’autonomia.
Se si normalizza l’idea che un mandato indipendente possa essere “spento” ogni volta che disturba un alleato o attraversa un tabù linguistico, si manda un messaggio a tutti gli altri mandatari: meglio scrivere in punta di penna, meglio non urtare, meglio non nominare responsabilità. In altre parole: meglio essere irrilevanti. E un sistema di tutela dei diritti umani diventa una liturgia: impeccabile nel tono, esitante davanti al potere.
Resta poi l’obiezione più emotiva, e quindi più efficace mediaticamente: il contesto di Doha, con figure controverse presenti al forum. È comprensibile che Israele e parte dell’opinione pubblica leggano quell’evento come un palcoscenico politicamente orientato. Ma anche qui serve un criterio: se la regola diventa “sei responsabile di chiunque compaia nella stessa cornice”, allora la lista degli invitati diventa una clava per impedire qualunque parola sgradita. Il giudizio serio non è “dove”, ma “cosa”: è stato detto qualcosa di falsificabile? È stato oltrepassato un confine di incitamento? Si confutano i dati, si contestano i passaggi, si risponde nel merito.
La richiesta di dimissioni, invece, sposta l’attenzione altrove. E finisce per confermare, involontariamente, la diagnosi più inquietante: nel 2026 è più facile processare un aggettivo che affrontare la sostanza di un dolore collettivo. Più facile colpire la voce che ascoltare la testimonianza. Più facile fare pulizia nel linguaggio che nella realtà.
Se davvero si vuole “proteggere” la convivenza — e anche la lotta contro ogni antisemitismo, che va condotta senza ambiguità — la strada non è l’espulsione rituale, ma la responsabilità pubblica: parole più precise, sì; contraddittorio più robusto, sì; verifica e trasparenza, sempre. Ma non il bavaglio. Perché quando la politica usa le dimissioni come scorciatoia, la vittoria non è dell’equilibrio: è del silenzio.
