Si è spento a 96 anni Antonino Zichichi, fisico delle particelle e grande divulgatore, nato a Trapani nel 1929, per decenni volto e voce capace di portare la complessità della ricerca dentro il linguaggio pubblico.
La sua biografia scientifica coincide con alcuni dei passaggi decisivi della scienza italiana del secondo Novecento: l’attività fra grandi laboratori internazionali, il lavoro al CERN e l’impegno nelle istituzioni della ricerca, fino alla presidenza dell’Istituto nazionale di fisica nucleare. Ma l’eredità più tangibile resta quella che si può letteralmente “attraversare”: l’idea – geniale e ostinata – di sfruttare gli scavi dell’autostrada A24 per realizzare un grande laboratorio sotterraneo sotto il massiccio del Gran Sasso, oggi crocevia mondiale dell’astrofisica delle particelle.
Il professore, il divulgatore, l’uomo del “perché”
Zichichi aveva un dono raro: un eloquio capace di tenere insieme rigore e immaginazione, formula e racconto. Per molti italiani è stato “il professore” che non si sottraeva alle domande ultime, quelle che la scienza non esaurisce ma inevitabilmente sfiora: l’origine, l’ordine del cosmo, il senso dell’umano. Non è un caso che uno dei suoi saggi più noti sia Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo. Tra fede e scienza: un titolo-programma, quasi una dichiarazione di metodo, in cui la fede non diventa scorciatoia, ma invito a non chiudere il reale in una sola grammatica.
Per Zichichi, infatti, la ricerca non era un recinto autosufficiente: era una strada. Non una religione alternativa, ma una forma alta di servizio alla verità, con i suoi limiti e la sua grandezza. In questa prospettiva egli ha difeso con passione il dialogo tra scienza e fede, proponendolo non come compromesso diplomatico, ma come “alleanza” culturale: due autonomie distinte, chiamate però a non ignorarsi.
La fede, senza timidezze
In anni in cui spesso si chiede al credente di rimanere “in disparte” nello spazio pubblico, Zichichi non ha nascosto la sua appartenenza cristiana. Lo ricordano oggi anche ambienti ecclesiali: la convinzione che “non siamo figli del caos” e che l’intelligibilità dell’universo rimandi a un’intelligenza originaria, più grande delle nostre equazioni.
Il suo rapporto con i Papi – in particolare con Giovanni Paolo II, nel clima del rinnovato confronto tra Chiesa e scienza – fu per lui motivo di orgoglio e, insieme, un campo d’impegno personale: l’idea che il caso Galileo non potesse restare una ferita simbolica nella memoria comune.
Le controversie e la libertà di esporsi
Proprio perché refrattario al conformismo, Zichichi non ha evitato posizioni destinate a far discutere. Il suo scetticismo su alcuni nodi del dibattito contemporaneo – dal clima all’evoluzionismo – lo ha posto in contrasto con molti colleghi e con una parte consistente del consenso scientifico. È un capitolo che non va taciuto: per capire Zichichi bisogna riconoscere anche questa sua scelta di esporsi, pagando il prezzo di essere contestato, talvolta isolato, ma rimanendo fedele all’idea che la scienza viva di domande e di verifica, non di slogan.
Contro superstizioni e “Hiroshima culturale”
Se c’è una battaglia che lo ha reso trasversale, è quella contro l’irrazionalismo travestito da sapere. Da anni denunciava astrologia e superstizioni come una deriva di massa, arrivando a definirle “Hiroshima culturale”: un’espressione dura, ma rivelatrice del suo timore che l’ignoranza organizzata divorasse la fiducia nella ragione.
Il costruttore di luoghi: Erice e il Gran Sasso
Accanto ai laboratori internazionali, Zichichi ha costruito “luoghi” italiani in cui la scienza potesse essere casa: Erice, con il Centro di cultura scientifica “Ettore Majorana”, e soprattutto il Gran Sasso, dove la ricerca si è fatta infrastruttura nazionale e responsabilità pubblica. Oggi istituzioni scientifiche e civili lo salutano ricordando proprio questo: la capacità di pensare in grande e di tradurre una visione in opere, reti, scuole.
Un’eredità: non separare ciò che illumina l’uomo
Antonino Zichichi lascia una lezione che, per un lettore di Mediafighter, suona familiare e attuale: la ragione non si difende riducendo l’uomo, ma aprendolo; la fede non si protegge chiudendosi, ma cercando parole intelligibili nel tempo presente. Nel suo percorso, con tutte le luci e le ombre di una figura pubblica, resta l’immagine di uno scienziato che non ha considerato la fede un incidente privato, bensì una domanda decisiva: chi è Colui che ha fatto il mondo – e perché il mondo è comprensibile, abitabile, affidato alla responsabilità umana.
