C’è un genere di atti ecclesiastici che non fa rumore, eppure sposta l’aria: non perché cambi dottrine, ma perché rimette in asse strumenti, responsabilità, linguaggi. L’approvazione del nuovo Statuto della Pontificia Accademia Mariana Internazionale (PAMI), disposta da Leone XIV e resa efficace con la pubblicazione e l’entrata in vigore il 2 febbraio 2026, appartiene a questa categoria di “riforme silenziose”: quelle che non inseguono la cronaca, ma preparano la durata.  

Non è un dettaglio tecnico. È la conferma che la mariologia — spesso ridotta, nel discorso pubblico, a devozione o folklore — viene riconosciuta per ciò che è quando è sana: un luogo di pensiero, di bellezza, di carità, capace di tenere insieme accademia e pietà popolare senza scadere né nel “massimalismo” né nel “minimalismo”, come lo Statuto stesso avverte con nettezza.  

Dalla “Commissio” francescana alla Pontificia Accademia: la genealogia di un’istituzione

La PAMI porta nel proprio DNA una origine francescana precisa: nel 1946 l’Ordine dei Frati Minori istituì la Commissio Mariana Franciscana e, insieme, l’Academia Mariana Internationalis, affidandone la guida a p. Carlo Balić, O.F.M.; dal 1950 la Santa Sede le affidò l’organizzazione dei Congressi mariologico-mariani; poi, con il motu proprio Maiora in dies(8 dicembre 1959), Giovanni XXIII la volle “Pontificia”, stabilizzandone missione e orizzonte universale. È una storia che dice una cosa semplice: la Chiesa, quando prende sul serio Maria, non la separa mai da Cristo, e non separa mai la pietà dalla ricerca.  

Il nuovo Statuto, in questo senso, non inventa: aggiorna. E lo fa in coerenza con l’assetto curiale oggi vigente: le attività dell’Accademia vengono coordinate dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione, mentre si ribadisce la necessaria intesa con la Segreteria di Stato per il corretto funzionamento delle attività e, in particolare, per l’iter dei Congressi internazionali.  

Le “tre vie”: verità, bellezza, carità

C’è un passaggio del Preambolo che merita di essere letto come chiave spirituale e culturale: la PAMI dichiara di operare “seguendo la via della verità”“della bellezza”“della carità”. È quasi una piccola summa del modo cattolico di intendere lo studio mariano: la verità impedisce lo scivolamento in un devozionismo senza criteri; la bellezza sottrae la teologia all’aridità; la carità impedisce che la ricerca diventi sterile esercizio di cattedra, ricordando che la vera pietà mariana genera opere, luoghi, prossimità.  

Non è “poesia”: è governance spirituale. Perché lo Statuto insiste anche su ciò che spesso non si dice: gli officiali dell’Accademia accettano il loro servizio a titolo gratuito, come segno di sobrietà ecclesiale e di libertà dalle logiche di scambio.  

Un presidente francescano: p. Stefano Cecchin e la continuità di una scuola

In questa cornice, la figura del presidente assume un significato che va oltre l’amministrazione. Lo Statuto stabilisce che il Presidente sia nominato dal Papa, per un quinquennio, scelto tra i membri dell’Ordine dei Frati Minori specialisti in mariologia, su proposta del Ministro generale secondo una procedura che coinvolge anche un Visitatore.  

In questa linea si colloca p. Stefano Cecchin, O.F.M., teologo francescano, indicato come presidente della PAMI (nominato da Papa Francesco).  È un profilo che dice “scuola” prima ancora che “ruolo”: una presidenza francescana per un’Accademia che nasce francescana e che, oggi, è chiamata a essere ponte tra università, santuari, società mariologiche, culture e linguaggi.

Il “sodalizio” con i Francescani dell’Immacolata: un legame da intendere bene

Qui conviene usare una parola sobria: sodalizio, sì, ma nel senso alto e non mondano. Lo Statuto ricorda infatti un fatto istituzionale importante: il 4 dicembre 2012 la PAMI ha visto confluire al proprio interno la Pontificia Accademia dell’Immacolata.  Questo dato, da solo, spiega perché attorno alla PAMI graviti — con sensibilità diverse e accenti differenti — un’ampia “famiglia” mariana, dentro cui trovano spazio anche esperienze ecclesiali segnate dall’amore per l’Immacolata e dalla tradizione francescana.

Il punto decisivo, però, è evitare due semplificazioni opposte:

  • ridurre la PAMI a un marchio identitario di parte (come se fosse la “casa” di una sola sensibilità);
  • oppure svuotarla della sua radice, fingendo che Maria sia un capitolo ornamentale e non un nodo teologico e culturale.

La PAMI, così come emerge dal nuovo Statuto, è chiamata a essere cattolica nel senso pieno: universale, capace di includere, discernere, coordinare, dare qualità alla ricerca e alla pietà, e — soprattutto — impedire che la devozione diventi bandiera o che lo studio diventi torre d’avorio.  

Perché questo Statuto conta, oggi

In un tempo in cui la Chiesa è spesso descritta come oscillante tra burocrazia e polarizzazione, un testo normativo può diventare, paradossalmente, un atto di libertà: delimita competenze, responsabilità, procedure, e permette alla missione di respirare. La mariologia non è un “tema tra i temi”: è un laboratorio dove la Chiesa misura la qualità del proprio linguaggio su Dio, su Cristo, sull’uomo, sulla storia, sul popolo.

E forse è questa la notizia più “da terza pagina”: non l’elenco degli articoli, ma la scommessa che vi sta sotto. Che nel nome di Maria — senza slogan e senza fughe nell’emotivo — si possa ancora costruire un’intelligenza della fede capace di dialogo, di bellezza e di carità, con la pazienza delle istituzioni che non cercano l’applauso, ma la fecondità.