Parolin apre il Giubileo dei 600 anni: Maria scuola di umanità contro l’inimicizia sociale. Brugnotto: tempo offerto a credenti e non credenti per riscoprire la dignità di ogni persona.

Sul colle che domina Vicenza, dove la città sembra farsi più piccola e il respiro più largo, l’Anno Giubilare Mariano dei seicento anni non comincia come una celebrazione “di calendario”, ma come una domanda posta alla storia: che cosa può ancora guarire una comunità quando la peste non è più soltanto una malattia, ma una forma di inimicizia che corrode il vivere insieme?

È con questo tono che, l’8 febbraio, il cardinale Pietro Parolin ha presieduto nel santuario di Monte Berico la Messa solenne di apertura dell’Anno Giubilare Mariano e della Rinascita. E lo ha fatto non scegliendo la scorciatoia dell’emozione, ma indicando una strada: lasciare parlare Dio in Cristo, ritrovando in Maria un metodo, una scuola, una disciplina dell’anima capace di ricomporre ciò che si è spezzato nella società e nelle coscienze.

La memoria non è nostalgia: nasce da un’urgenza

Monte Berico non nasce da un’idea astratta, ma da un’urgenza. La tradizione colloca la prima apparizione al 7 marzo 1426 e la seconda al 1° agosto 1428: Maria chiede alla popolana Vincenza Pasini di farsi tramite perché venga edificata una chiesa sul luogo indicato, promettendo protezione e la cessazione della peste che allora piegava la città. È un racconto che ha il realismo biblico delle cose decisive: la fede non come evasione, ma come riapertura del futuro quando la vita sembra chiusa dalla paura.

La prima pietra viene posta il 25 agosto 1428; la chiesa originaria, tardogotica, sorge in tempi rapidissimi. Dal 1435 la custodia spirituale passa ai Servi di Maria, e questo dettaglio non è solo storico: racconta una vocazione all’accoglienza che, nei secoli, ha fatto del santuario non un monumento, ma un “porto sicuro” per generazioni di pellegrini.

Una salita che educa: pietre, portici e popolo

Vicenza conosce la lingua della misura: è la città del Palladio. E Monte Berico, proprio per questo, dice qualcosa di più di una devozione: è una sintesi rara tra fede e cultura, tra popolo e bellezza. Nei secoli il complesso si amplia e si trasforma: il rinnovamento palladiano del 1578 e la ricostruzione barocca del 1688 consegnano al santuario l’impronta che oggi riconosciamo.

Ma l’anima del luogo è anche nel cammino: i portici progettati da Francesco Muttoni tra il 1746 e il 1780 — 150 arcate, con cappelle a ritmo regolare — non sono un semplice corridoio coperto. Sono una pedagogia: la preghiera diventa passo, la memoria diventa perseveranza. La loro simbologia richiama i misteri del Rosario e salda l’ordine dell’architettura con la trama dei giorni.

E dentro, Monte Berico è uno scrigno d’arte che parla senza alzare la voce: il refettorio con il capolavoro di Veronese, i dipinti di Montagna e di Palma il Giovane, il museo con ex voto, oggetti e documenti. È l’arte come “memoria del popolo di Dio”: non estetica di lusso, ma testimonianza di vite toccate.

Parolin: guarire il senso di superiorità che divide

In questo scenario, l’omelia di Parolin ha scelto un bersaglio preciso: il senso di superiorità che separa gli uni dagli altri. Non è un tema morale astratto; è un veleno sociale. Parolin lo ha chiamato per nome e l’ha associato a una nuova forma di peste: l’inimicizia che isola, produce paura, fabbrica incubi, spezza la fiducia reciproca.

La cura, per il cardinale, non passa da slogan ma da un’operazione interiore: il silenzio capace di ascolto, l’attenzione che lascia emergere la voce del Signore. Da qui la conseguenza: quando si lascia parlare Dio in Cristo, si riaprono “porte chiuse”, si ricompongono storie spezzate, e può nascere quella “uguaglianza radicale” che disinnesca la febbre del confronto e restituisce cittadinanza a tutti.

Il messaggio è netto: una comunità guarisce non quando si organizza contro qualcuno, ma quando ritrova un linguaggio comune dell’umano. Maria, in questa prospettiva, non è un ornamento: è l’“autentica scuola di umanità” che ricuce ciò che l’inimicizia disfa.

Brugnotto: un Giubileo per credenti e non credenti

Le parole del vescovo Giuliano Brugnotto, negli stessi giorni, hanno dato al Giubileo il suo profilo più concreto. Da pastore di una diocesi dove Monte Berico non è periferia ma cuore, Brugnotto ha descritto un legame popolare forte e fedele: frequentazione abituale del santuario, grande partecipazione all’8 settembre, devozione che passa anche dai media e raggiunge un popolo più ampio del territorio berico.

Ma il punto decisivo è l’orizzonte: il Giubileo come occasione offerta “a credenti e non credenti”. Non una formula diplomatica, bensì una scelta pastorale e civile: rimettere al centro la dignità di ogni persona, soprattutto dei più fragili, come criterio comune della convivenza. In un tempo segnato da solitudini (anziani), fragilità (adolescenti), ferite ambientali (aria e acqua), e da comunità talvolta ripiegate dopo la pandemia, Brugnotto ha letto Monte Berico con la chiave di Cana: quando “manca il vino”, Maria non giudica, ma indica una via — “Fate quello che lui vi dirà” — e riapre il possibile.

Un’alleanza rara tra Chiesa e istituzioni

Qui entra un elemento che rende questo Giubileo diverso da molte celebrazioni commemorative: un protocollo d’intesa che coinvolge diocesi, Servi di Maria e istituzioni civili — Comune, Provincia, Regione. È un segnale: la rinascita non si decreta, si costruisce insieme, riconoscendo che il santuario e i suoi portici, i sentieri dei pellegrini e il dialogo tra la città d’arte e il colle della devozione, possono diventare un bene comune.

Non è secondario che il logo dell’Anno Giubilare sia nato da una classe di bambini: la salita sotto i portici, le braccia aperte del santuario, il manto di Maria come rifugio. C’è, in quell’immagine “piccola”, una verità grande: quando una comunità riprende a camminare, i più giovani sanno cogliere il senso prima ancora di saperlo spiegare.

Il punto d’incontro: la città guarita come corpo e come anima

Se si vuole armonizzare i due registri — l’omelia di Parolin e la visione pastorale di Brugnotto — il punto di convergenza è chiaro: la guarigione integrale. Nel racconto delle origini la liberazione dalla peste è corpo e spirito; nel presente, la peste è spesso invisibile eppure reale: disprezzo, esclusione, paura, rancori che “uccidono” la socialità. Per entrambi, Maria non è un simbolo gentile: è un criterio, perché rimanda a Cristo e, rimandando a Cristo, ricolloca l’umano nella sua verità più semplice e più dimenticata: nessuno è scarto, nessuno è “in più”.

Ecco perché Monte Berico, oggi, può essere più di un anniversario. Può essere un esercizio di futuro. La salita non è fuga dalla pianura: è il gesto con cui una città tenta di imparare, di nuovo, a vedere l’altro non come minaccia ma come fratello. Se accadrà — anche solo in parte — i seicento anni non saranno una celebrazione di memoria, ma un seme di rinascita.