Un anno dopo il crollo del soffitto della Chiesa di San Francesco a Salvador di Bahia in Brasile, , che nel 2025 costò la vita a una turista e rivelò il grave stato di degrado di uno dei massimi capolavori del barocco brasiliano, il tempio resta chiuso e in attesa di una rinascita. Tra fondi pubblici insufficienti e una campagna di donazioni ispirata al modello Notre-Dame, il caso riapre una questione più ampia: il patrimonio storico e artistico, anche quando è religioso, non appartiene solo a chi lo amministra, ma alla collettività, e richiede una responsabilità condivisa tra Stato, istituzioni e società civile.
A un anno dalla tragedia che ha squarciato il soffitto della Chiesa di San Francesco, a Salvador, il silenzio che avvolge il tempio non è solo quello di un edificio chiuso. È il silenzio imbarazzato di una domanda rimasta sospesa: chi si prende cura del patrimonio quando smette di produrre rendita e inizia a chiedere responsabilità?
Nel febbraio 2025 il crollo del rivestimento della navata centrale non ha soltanto ucciso una giovane turista brasiliana e ferito altre persone; ha infranto un’illusione diffusa, quella secondo cui la bellezza storica possa reggersi da sola, sostenuta dall’abitudine, dal turismo e da interventi tampone. La cosiddetta “chiesa dell’oro”, uno dei vertici del barocco coloniale brasiliano, ha mostrato in modo brutale ciò che gli esperti segnalavano da anni: il patrimonio non è eterno, se non viene custodito.
Oggi lo Stato federale promette un primo intervento: 20 milioni di reais attraverso il PAC. Una cifra necessaria, ma largamente insufficiente. La stima complessiva per il recupero dell’intero complesso supera gli 80 milioni, e solo la chiesa ne richiederebbe più di 30. È in questo scarto, tra risorse pubbliche disponibili e bisogni reali, che prende forma la nuova strategia dei frati francescani: una grande campagna di donazioni, ispirata al modello Notre-Dame.
Il paragone non è casuale né ingenuo. Dopo l’incendio del 2019, la cattedrale parigina divenne un simbolo nazionale e globale, capace di mobilitare capitali privati, grandi mecenati, opinione pubblica. Ma dietro quel successo non c’era solo l’emozione: c’era una consapevolezza condivisa che Notre-Dame non fosse “della Chiesa” o “della Francia”, bensì un bene comune della civiltà europea. È esattamente questa la soglia culturale che Salvador è oggi chiamata ad attraversare.
Per troppo tempo, la Chiesa di San Francesco è stata percepita come attrazione turistica più che come organismo fragile. L’ingresso a pagamento garantiva entrate, il flusso continuo di visitatori mascherava il degrado strutturale, e la manutenzione ordinaria sembrava sufficiente. Quando le porte si sono chiuse, il danno si è esteso oltre le mura: i frati hanno perso risorse per i progetti sociali, i commercianti del Pelourinho hanno visto svuotarsi la piazza, il quartiere ha perso uno dei suoi cuori pulsanti. Il patrimonio, quando cade, trascina con sé un intero ecosistema umano.
C’è poi un aspetto più scomodo, che l’indagine giudiziaria ancora in corso lascia sullo sfondo: la responsabilità diluita. Le segnalazioni sui rischi strutturali esistevano da anni, così come perizie e allarmi istituzionali. Eppure, come spesso accade nei beni storici, nessuno aveva il potere – o la volontà – di fermare tutto prima della tragedia. La manutenzione è sempre meno urgente del restauro, il restauro sempre meno urgente dell’emergenza. Finché l’emergenza arriva davvero.
La scelta di puntare sulle donazioni, dunque, non è solo una necessità finanziaria. È un atto politico nel senso più alto: trasformare una ferita locale in una questione nazionale. Dire ai brasiliani che San Francesco di Salvador non è un monumento regionale, ma una parte della loro storia condivisa. E dire agli imprenditori, alle fondazioni, ai grandi patrimoni che il mecenatismo non è un gesto decorativo, ma una forma di cittadinanza.
Resta però una differenza decisiva rispetto a Notre-Dame. In Francia, la ricostruzione è stata rapida perché sostenuta da uno Stato forte, da una macchina amministrativa efficiente e da una narrazione unitaria. In Brasile, il rischio è che l’appello alla generosità privata diventi un alibi per rinviare una riflessione più profonda: chi deve garantire, in ultima istanza, la sicurezza e la continuità del patrimonio storico?
La Chiesa di San Francesco, con la sua tonnellata d’oro e il suo soffitto crollato, è oggi un simbolo ambivalente. Rappresenta l’opulenza di un passato coloniale e la fragilità di un presente che fatica a prendersene cura. Se la strategia “Notre-Dame” funzionerà, non sarà solo una vittoria per Salvador, ma una prova di maturità civile. Se fallirà, resterà un monito severo: la bellezza, senza responsabilità collettiva, diventa un rischio. E a volte, una tragedia.
