Antonella Bonomo porta a termine la gravidanza con nuove terapie oncologiche per il cancro al seno
Quando Antonella riceve la diagnosi, il dolore più acuto non è solo la malattia: è l’idea di dover seppellire, insieme alla paura, anche il desiderio di un figlio. Eppure la sua storia dimostra che, là dove medicina e umanità tornano a parlarsi, la speranza non è un sentimento vago ma un percorso: fatto di scelte ponderate, controlli rigorosi e alleanze di cura capaci di custodire i progetti di vita.
La diagnosi arriva in un momento in cui Antonella stava già facendo accertamenti per diventare madre. È un cortocircuito emotivo che molte donne raccontano con le stesse parole: il tempo che si spezza. «Mi sembrava che il mondo mi crollasse addosso», dice. E confessa qualcosa che è difficilissimo ammettere senza sentirsi giudicati: «Piangevo più per il bambino che temevo di non poter mai avere che per la malattia stessa».
Dopo una settimana si sottopone all’intervento chirurgico, che riesce. Ma il primo incontro oncologico la precipita in una specie di notte interiore: «Mi disse che dovevo dimenticarmi di diventare madre». È il punto più basso, quando la cura si riduce a protocollo e la persona sente di essere diventata un caso clinico: guarire, sì, ma a prezzo di rinunciare a ciò che dà senso al futuro.
È qui che la sua storia cambia direzione. Antonella non si rassegna. Cerca, domanda, mette insieme pareri, fino ad arrivare all’Istituto dei Tumori di Napoli, nello studio del dottor Michelino De Laurentiis. Non è un colpo di fortuna: è il frutto di una ostinazione che, nelle storie di guarigione, è spesso la prima forma di speranza. Ma ciò che trova al Pascale non è solo una terapia diversa: è uno sguardo diverso.
«Non si cura solo una malattia — spiega l’oncologo — ma una persona, con i suoi sogni e i suoi progetti». È una frase che può sembrare ovvia, e invece è rivoluzionaria quando entra nelle decisioni cliniche. Perché significa riconoscere che la medicina migliore non è quella che “vince” astrattamente, ma quella che prova a salvare insieme la vita e la qualità della vita, il corpo e la biografia.
Nasce così una scelta delicatissima: una sospensione controllata della terapia ormonale dopo tre anni, anziché cinque, per permettere ad Antonella di tentare una gravidanza in sicurezza. Non c’è nessun gesto avventato, nessun romanticismo clinico. C’è un patto: controlli serrati, valutazioni continue, prudenza. E soprattutto, una parola che torna a circolare senza colpevolizzare: desiderio.
La paura non sparisce: convive. Ma, lentamente, la speranza smette di essere un’idea e diventa un calendario di visite, esami, attese. Fino al giorno in cui quella speranza prende una forma concreta e assoluta: Antonella è incinta.
A quarant’anni diventa mamma di Diego. Subito dopo riprende la terapia per completare il ciclo previsto. Oggi ha 43 anni, è libera dalla malattia e senza terapia da oltre un anno. Stringe tra le braccia suo figlio e lo chiama «il miracolo più grande della mia vita». Il marito sogna un secondo bambino, lei preferisce restare prudente: non è un ripiegamento, è maturità. Perché certe vittorie non cancellano il timore, lo educano. E la forza nuova non consiste nel non avere paura, ma nel non lasciarsi governare dalla paura.
Questa storia, però, non parla solo di resilienza individuale. Riaccende un tema cruciale: la tutela della fertilità nelle pazienti oncologiche giovani e l’urgenza di percorsi di cura personalizzati. La medicina oncologica, negli ultimi anni, sta imparando una lezione decisiva: la guarigione non è l’unico traguardo, è il primo. Il secondo è permettere a chi guarisce di tornare a progettare.
De Laurentiis, che dirige il Dipartimento di Senologia e Toraco-polmonare del Pascale, richiama i progressi delle terapie mirate, dei test genomici, dei protocolli più calibrati, e cita anche evidenze cliniche — come il POSITIVE Trial — che, in pazienti selezionate con tumore al seno ormonoresponsivo, suggeriscono la possibilità di una sospensione temporanea della terapia endocrina per tentare la gravidanza senza un aumento significativo del rischio di recidiva nel breve periodo, dentro criteri rigorosi di selezione e follow-up.
In parallelo, la preservazione della fertilità è sempre più parte integrante della presa in carico: crioconservazione di ovociti o embrioni, strategie di protezione ovarica durante i trattamenti, pianificazione della gravidanza dopo la malattia o, in casi selezionati, durante una pausa terapeutica. Percorsi complessi, multidisciplinari, che chiedono tempo, competenze e una comunicazione franca: perché qui non si tratta di “promesse”, ma di possibilità reali da valutare con responsabilità.
La lezione più limpida della storia di Antonella è forse questa: la speranza non nasce quando qualcuno minimizza il rischio, ma quando qualcuno lo prende sul serio insieme a te. Quando la medicina non spegne i sogni per prudenza, né li accende per retorica, ma li accompagna come parte della cura.
E allora, senza favoleggiare e senza illudere, la sua vicenda dice qualcosa di concreto a molte donne: oggi, in alcuni casi e sotto valutazione specialistica, il cancro al seno può essere affrontato senza che la maternità debba essere automaticamente archiviata come “impossibile”. Non sempre. Non per tutte. Mai senza criteri. Ma abbastanza spesso da meritare che, insieme ai protocolli, si preservi anche la domanda più umana: che cosa vuoi salvare, oltre alla tua vita?
