Inaugurato anno giudiziario della Cassazione. I giudici sono per il NO al referendum sulla giustizia

L’inaugurazione dell’anno giudiziario alla Cassazione non è stata solo una cerimonia solenne, ma uno specchio delle tensioni che attraversano la Repubblica: tra richiami all’autonomia della magistratura, accuse respinte e l’ombra del referendum sulla giustizia, il rito istituzionale appare forse alla sua ultima rappresentazione nella forma che abbiamo conosciuto.

C’è qualcosa di più di una cerimonia nell’inaugurazione dell’anno giudiziario alla Cassazione. C’è un rito repubblicano, nel senso più alto e più fragile del termine: un luogo in cui le istituzioni, prima ancora di parlarsi, si guardano. E quest’anno quello sguardo è apparso carico di una domanda che pesa sull’intera scena pubblica: sarà l’ultima volta?

Forse l’ultima volta che giudici e pubblici ministeri siedono insieme sotto lo stesso tetto simbolico; forse l’ultima volta che il Presidente della Repubblica, nella sua doppia veste di capo dello Stato e presidente del Csm, presiede una giurisdizione che si riconosce come ordine unitario. Se il referendum sulla riforma Nordio–Meloni dovesse passare, quel rito non sarà più lo stesso. E quando mutano i riti, non cambia solo la forma: cambia la grammatica del potere.

Non è un caso che dalle relazioni dei vertici della Cassazione emerga, prima ancora delle rivendicazioni, un sentimento preciso: l’amarezza. Pasquale D’Ascola e Pietro Gaeta non parlano come rappresentanti di una corporazione assediata, ma come custodi inquieti di un equilibrio costituzionale che avvertono incrinato. Il lessico è misurato, quasi classico, ma le parole sono nette: “lacerazioni deleterie”, “scontro inaccettabile”, “volto della giurisdizione sfregiato”. Non c’è enfasi, ma gravità.

Il nodo non è la riforma in sé — che, come ricorda il ministro Carlo Nordio, può essere discussa, criticata e modificata — bensì il clima in cui essa prende forma. Una democrazia non si misura soltanto dalle leggi che approva, ma dal modo in cui le discute. E qui affiora un disagio profondo: quando la giustizia diventa terreno di delegittimazione reciproca, il rischio non riguarda le toghe, ma i cittadini.

D’Ascola lo chiarisce richiamando la nascita del Csm e il senso dell’autogoverno della magistratura: non un privilegio, ma una condizione dello Stato di diritto, inscritta nella divisione dei poteri per garantire l’uguaglianza della legge. È una distinzione spesso smarrita nel dibattito pubblico, dove l’indipendenza viene confusa con autoreferenzialità e la critica con l’attacco.

Il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, prova a tenere insieme i fili: riconosce alla politica il compito di dettare le regole, ma chiede che ciò avvenga senza svilire il ruolo che la Costituzione affida alla magistratura. La giustizia — ricorda — è un bene comune, e il bene comune vive di fiducia. Senza fiducia non c’è comunità; senza una giurisdizione riconosciuta, la Repubblica si indebolisce.

Il ministro Nordio sceglie invece un registro più difensivo e polemico. Respinge come “blasfeme” le accuse di voler minare l’autonomia delle toghe e rivendica la legittimità dell’intervento riformatore. È una linea coerente sul piano politico, ma che sembra non intercettare il punto più profondo emerso in Aula magna: non la legittimità della riforma, bensì la percezione di una ferita simbolica inflitta alla giurisdizione come istituzione.

Su questo terreno si colloca l’intervento del procuratore generale Pietro Gaeta, forse il più denso sul piano istituzionale. Il suo appello a Sergio Mattarella non è politico, ma costituzionale: recuperare razionalità, armonia, rispetto. Una giurisdizione delegittimata — avverte — non giova a nessuno: né ai cittadini che vi si affidano, né all’avvocatura, né alle istituzioni rappresentative. È una verità antica, spesso dimenticata: il potere che indebolisce gli altri poteri finisce per indebolire se stesso.

Il lungo applauso dell’Aula magna non è entusiasmo, ma riconoscimento. È l’applauso che si riserva a parole che non consolano, ma mettono in guardia.

Se davvero questo dovesse essere l’ultimo anno giudiziario celebrato secondo il rito attuale, la questione non è nostalgia o conservazione. È capire se la Repubblica stia semplicemente cambiando assetto o se, nel rumore dello scontro, stia smarrendo il senso di quei riti che non sono formalità, ma anticorpi democratici.

Perché quando un rito istituzionale si svuota o scompare, non è mai solo un fatto procedurale. È il segnale che qualcosa, nel patto tra i poteri, ha cessato di essere condiviso. E questo, più di qualunque riforma, dovrebbe interrogare tutti.