La de-escalation di Trump su Minneapolis cerca di salvare la sua ministra pistolera

Kristi Noem non è soltanto una ministra. È un personaggio simbolico, quasi narrativo, della nuova destra americana. In lei la politica non appare come mediazione, ma come affermazione di sé, come gesto identitario, come prova di forza. Il suo stile non è quello dell’amministratrice prudente, ma della donna che vuole mostrarsi capace di decidere, colpire, comandare. Anche quando il gesto divide. Soprattutto quando divide.

La sua biografia pubblica è costruita come un racconto di frontiera. Figlia del Midwest, allevatrice, cacciatrice, donna “che non ha paura di sporcarsi le mani”. È così che si presenta, ed è così che viene presentata. Le armi non sono un accessorio, ma una grammatica: fucili, pistole, immagini sui social in cui il possesso delle armi diventa segno di libertà, virilità politica trasposta in chiave femminile. Noem non difende il diritto alle armi: lo incarna.

L’episodio che più di ogni altro ha fissato la sua figura nell’immaginario collettivo è quello del cane ucciso. Non una diceria, non una polemica costruita: un fatto raccontato da lei stessa, con freddezza quasi didattica. Un cane giovane, definito “inadatto”, “ribelle”, “inutile”. La decisione di abbatterlo come atto necessario. Non per rabbia, non per incidente. Per scelta. In quel racconto, che avrebbe dovuto dimostrare carattere e fermezza, molti hanno invece colto qualcosa di diverso: l’assenza di esitazione, la convinzione che eliminare ciò che non funziona sia un dovere morale.

È qui che la psicologia diventa politica. Perché Noem non ha mai ritrattato quel gesto. Non ha chiesto comprensione. Lo ha difeso come esempio di leadership. E in questo risiede la sua forza e, insieme, la sua pericolosità simbolica. La capacità di presentare la durezza come virtù, l’eliminazione come responsabilità, la violenza come chiarezza.

Da governatrice del South Dakota prima, e poi come ministra per la Sicurezza interna, questa postura si è tradotta in parole nette, spesso incendiarie. Immigrazione descritta come invasione. Proteste come minaccia interna. Ordine come valore assoluto, anche a costo di comprimere diritti. Quando ha definito un cittadino americano ucciso da agenti federali un “terrorista domestico”, salvo poi essere smentita dai video, non ha mostrato dubbio: ha mostrato coerenza con la propria visione. Prima il frame, poi i fatti.

Nel trumpismo di governo, Kristi Noem rappresenta la versione più cruda e performativa del potere. Non è l’ideologa, non è la stratega. È la figura che mostra ciò che altri pensano ma non dicono. Per questo Donald Trump la difende anche quando diventa un peso politico. Sacrificarla significherebbe ammettere che quella visione — la forza come risposta, il nemico come categoria, la violenza come strumento legittimo — è un errore. E Trump non ammette errori: ammette solo eccessi tattici.

Kristi Noem, in fondo, non è un’anomalia. È un prodotto coerente di una cultura politica che ha trasformato la paura in consenso e la brutalità in autenticità. Il suo profilo divide perché costringe a guardare in faccia una verità scomoda: non siamo davanti a una deviazione, ma a un modello di leadership che trova consenso proprio perché non arretra davanti al dolore, umano o simbolico.

Nel racconto che Noem fa di sé, la compassione è debolezza, il dubbio è tradimento, la pietà è un lusso che l’ordine non può permettersi. È una visione del mondo semplice, feroce, efficace. E proprio per questo inquietante. Perché quando la politica smette di interrogarsi e comincia solo a colpire, non governa più una società: la addestra.