Il 27 gennaio non è una data qualunque del calendario civile. È il giorno in cui la storia, per un istante, smise di essere un racconto astratto e si fece visione: il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa entrò ad Auschwitz e mostrò al mondo ciò che il mondo aveva in parte intuito, in parte rimosso, in parte tollerato. Non fu la fine della Shoah, ma fu l’inizio della sua innegabilità.

Per questo il Giorno della Memoria non nasce come celebrazione, ma come ferita aperta. Non serve a rassicurare, ma a disturbare. Non consola, ma interroga. E soprattutto non assolve.

La legge italiana che nel 2000 ha istituito questa ricorrenza è sorprendentemente sobria e radicale insieme. Non si limita a ricordare lo sterminio del popolo ebraico, ma chiama in causa le leggi razziali, la persecuzione italiana, i deportati, i inermi, i morti, e anche coloro che scelsero di opporsi, pagando un prezzo spesso invisibile. È una memoria che non si accontenta del “mai più” pronunciato a posteriori, ma chiede di guardare alle responsabilità, alle complicità, alle omissioni.

Il rischio, ottant’anni dopo, non è l’oblio totale. È qualcosa di più sottile: la musealizzazione della memoria. Auschwitz come simbolo lontano, la Shoah come evento irripetibile, isolato, concluso. Una tragedia così assoluta da diventare, paradossalmente, innocua. Quando la memoria smette di inquietare il presente, diventa rituale. E il rituale, se non è abitato dalla coscienza, anestetizza.

Il 27 gennaio ci obbliga invece a una domanda scomoda: come è stato possibile? Non solo in Germania, non solo nei lager, non solo per mano di mostri. Ma attraverso burocrazie, linguaggi giuridici, obbedienze quotidiane, leggi votate, silenzi rispettabili. La Shoah non fu solo un crimine contro l’umanità: fu anche un fallimento della civiltà giuridica, morale e politica europea.

Per questo la memoria non riguarda solo il passato. Riguarda il modo in cui oggi trattiamo il diverso, il vulnerabile, il superfluo. Riguarda il linguaggio che usiamo per classificare, escludere, disumanizzare. Riguarda l’idea – sempre ricorrente – che alcune vite valgano meno di altre, o che possano essere sacrificate in nome dell’ordine, della sicurezza, dell’efficienza.

Ricordare Auschwitz significa ricordare che il male radicale non nasce dal caos, ma dall’ordine senza coscienza. Dalla legge senza giustizia. Dall’obbedienza senza responsabilità.

Eppure, la legge italiana lo ricorda con precisione: accanto alle vittime, il Giorno della Memoria onora anche chi ha resistito, chi ha salvato, chi ha detto no. Questo è il punto decisivo. La memoria non è solo un atto di lutto, ma anche un atto di scelta. Dice che, anche nel buio più fitto, la libertà morale non è mai del tutto cancellata.

Il 27 gennaio non chiede lacrime rituali. Chiede vigilanza. Chiede di riconoscere che la storia non è vaccinata contro se stessa. Che l’antisemitismo non è un residuo del passato, ma una possibilità sempre latente. Che ogni società può scivolare, poco a poco, verso l’accettazione dell’inaccettabile.

Per questo la memoria non è mai neutra. O diventa coscienza critica del presente, o tradisce se stessa.

Il Giorno della Memoria non serve a dirci chi eravamo. Serve a chiederci, oggi, chi stiamo diventando.