A Taranto perfino il denaro della contesa può cambiare segno. Può smettere di essere memoria di un conflitto e diventare spazio di gioco, voce di bambini, promessa di futuro. È accaduto nel rione Tamburi, il quartiere più esposto alle emissioni dell’ex Ilva, dove i risarcimenti ottenuti dall’Ordine dei giornalisti di Puglia a seguito delle cause civili legate al processo Ambiente Svenduto sono stati trasformati in aule multimediali e aree gioco per i più piccoli.
Un gesto che ha il sapore dell’umiltà, non della rivendicazione. Non un’operazione d’immagine, ma una scelta simbolica e concreta insieme: restituire a una comunità ferita qualcosa che assomigli alla normalità, alla bellezza, alla possibilità di crescere senza respirare solo rassegnazione. Non a caso, nella nuova aula multimediale della parrocchia Santi Angeli Custodi campeggia una frase di papa Francesco: «Per essere grandi bisogna prima di tutto saper essere piccoli». È una dichiarazione di metodo, prima ancora che una citazione spirituale.
La genesi di questa iniziativa dice molto. Dalle intercettazioni emerse nel processo sul disastro ambientale dell’ex Ilva era affiorato un comportamento eticamente discutibile di alcuni giornalisti. Non penalmente rilevante, ma incompatibile con la deontologia professionale. L’Ordine intervenne, sanzionò, fu citato in giudizio. E vinse. Ma invece di trattenere per sé i risarcimenti, decise di accantonarli per un’opera di restituzione civile. Non una compensazione astratta, bensì un atto riparativo, quasi penitenziale, verso uno dei luoghi più colpiti da quella storia.
Il risultato sono spazi vivi: un’aula intitolata a san Carlo Acutis, con strumenti digitali, giochi educativi, laboratori di lettura e musica; un “Giardino dei Girasoli” nella parrocchia Gesù Divin Lavoratore, a pochi metri dalle ciminiere, dove altalene e pannelli sensoriali convivono con l’ombra lunga dell’acciaio. In un quartiere dove spesso l’infanzia è stata una variabile secondaria nei grandi discorsi su industria, lavoro e salute, questi luoghi affermano una verità elementare: senza bambini non c’è futuro che tenga.
C’è anche una lezione civile in questa storia. Taranto è stata per anni il laboratorio di una contrapposizione tossica: lavoro contro salute, sviluppo contro vita, pane contro aria. Qui, invece, si suggerisce un’altra grammatica: responsabilità che genera cura, giustizia che si fa prossimità, risarcimento che non resta nei bilanci ma diventa relazione. Non cancella il passato, ma lo rielabora in forma costruttiva.
Le parole dei parroci suonano come un appello più ampio: «Non ci abbandonate». Perché questi gesti, per quanto preziosi, non bastano da soli. Sono semi, non soluzioni definitive. Ma indicano una direzione possibile: partire dai luoghi educativi, dagli spazi di aggregazione, da ciò che rende una comunità meno vulnerabile e più coesa.
Nel quartiere Tamburi, dove per decenni la giustizia è arrivata tardi o a metà, oggi accade qualcosa di diverso: una sentenza si traduce in un’altalena, una causa civile in un laboratorio di lettura, una ferita in un luogo di incontro. Non è retorica. È una forma minima, ma autentica, di giustizia che incontra la vita. E che ricorda a tutti – istituzioni, professioni, Chiesa, società civile – che riparare non significa solo indennizzare, ma prendersi cura.

È lodevole che i giornalisti querelati abbiano piuttosto vinto una causa contro i potenti industriali e investito il risarcimento per un parco giochi parrocchiale nel quartiere più inquinato di Taranto.