La Spagna sarà forse il prossimo Stato a inserire il “diritto all’aborto” nella Costituzione

C’è una soglia che, una volta oltrepassata, non segna più una riforma ma un mutamento di civiltà. La proposta del governo spagnolo di inserire il “diritto all’aborto” nella Costituzione e, insieme, di costruire registri dei medici obiettori di coscienza appartiene a questa categoria: non è solo una mossa politica contingente, ma un atto che ridefinisce il rapporto tra Stato, persona e coscienza.

La Spagna di Pedro Sánchez sembra voler seguire la Francia, che nel 2025 ha fatto dell’aborto un diritto costituzionale. Ma il contesto iberico rende l’operazione ancora più rivelatrice. Non ci troviamo davanti a un consenso largo e stabile, bensì a un governo di minoranza, stretto tra scandali, difficoltà di bilancio e il rischio concreto di perdere le prossime elezioni regionali. L’aborto, ancora una volta, diventa bandiera ideologica, arma di distrazione di massa, terreno su cui polarizzare il Paese.

L’emendamento proposto aggiungerebbe all’articolo 43 della Costituzione del 1978 una formula netta: “Il diritto delle donne all’interruzione volontaria della gravidanza è riconosciuto”. Non una legge ordinaria, dunque, ma una blindatura costituzionale. Il messaggio è chiaro: l’aborto non è più una pratica tollerata, regolata, discussa; diventa un diritto fondativo, sottratto al dibattito democratico ordinario e consegnato alla sfera dell’intangibile.

Ma ogni diritto costituzionalizzato genera doveri. E qui emerge il secondo, inquietante versante della questione: la costruzione di elenchi di obiettori di coscienza. Non registri di chi è disponibile a praticare aborti – il che avrebbe una sua logica funzionale – ma liste nominative di chi, per ragioni etiche profonde, rifiuta di farlo. È difficile non chiamarle per ciò che appaiono: liste di sorveglianza della coscienza.

Il governo sostiene che servano a garantire l’accesso uniforme all’aborto nei servizi sanitari pubblici. Ma l’argomento è fragile. In Spagna, il 78% degli aborti avviene già in cliniche private convenzionate. A Madrid, il 100%. Non siamo davanti a un’emergenza sanitaria, bensì a un problema simbolico e politico: lo Stato non tollera che esista, dentro le sue strutture, un dissenso morale organizzato.

Il paradosso è evidente: mentre si proclama l’autodeterminazione assoluta della donna, si restringe quella del medico. La coscienza, che la Costituzione spagnola tutela esplicitamente, viene trasformata in un dato amministrativo, tracciabile, schedabile. Oggi senza sanzioni esplicite, domani – inevitabilmente – con conseguenze professionali, carriere bloccate, sospetti, esclusioni. Come ha osservato il presidente dell’Ordine dei Medici di Madrid, Manuel Martínez-Sellés: se il registro non comportasse alcun rischio, perché imporlo?

Qui si tocca un nodo che va oltre l’aborto. Uno Stato che pretende di sapere chi dissente su una questione morale fondamentale è uno Stato che non si fida più della libertà interiore dei cittadini. La coscienza diventa un’anomalia da monitorare. Un ostacolo da neutralizzare. È il rovesciamento della logica liberale: non più lo Stato al servizio della persona, ma la persona adattata alle esigenze ideologiche dello Stato.

Non sorprende che alcune regioni, come Madrid, resistano. Isabel Díaz Ayuso – pur favorevole all’aborto legale – ha definito l’aborto stesso un fallimento sociale e ha rifiutato la creazione del registro per ragioni costituzionali. La risposta del governo centrale è stata la minaccia dei tribunali. Il conflitto è aperto e non riguarda solo la sanità: riguarda la tenuta dello Stato di diritto.

C’è poi un’ulteriore ironia, quasi tragica. Anche alcuni giuristi favorevoli all’aborto avvertono che costituzionalizzarlo potrebbe, in futuro, renderlo più facilmente regolabile e perfino restringibile. Segno che l’operazione ha più il sapore della propaganda che della lungimiranza istituzionale.

In definitiva, la Spagna sembra avviarsi su una strada pericolosa: trasformare una questione etica tragica e complessa in un dogma costituzionale e, allo stesso tempo, trattare la coscienza come un problema di ordine pubblico. È una scelta che non amplia le libertà, ma le ridistribuisce in modo autoritario, privilegiando una visione antropologica e penalizzandone altre.

Quando uno Stato inizia a scrivere diritti nel marmo e a schedare chi non li esegue, non sta rafforzando la democrazia. Sta solo mostrando la sua paura del dissenso. E una democrazia che teme la coscienza è già entrata, senza dirlo, in una fase di decadenza.