In Francia molti giovani adulti stanno chiedendo il battesimo

C’è qualcosa di controintuitivo, quasi di scandalosamente inatteso, nella notizia che arriva da Parigi. Nel cuore di una delle capitali simbolo della secolarizzazione europea, l’arcidiocesi convoca un grande consiglio ecclesiale non per gestire il declino, ma per governare una crescita. Non per tamponare una fuga, ma per accompagnare un ritorno. Un ritorno che non è nostalgico, né identitario, ma sorprendentemente giovane.

Il dato è lì, ostinato e difficilmente liquidabile come aneddoto: migliaia di adulti e adolescenti chiedono il battesimo. Non perché “ci sono sempre stati”, ma perché oggi sono di più, molti di più. A Pasqua 2025, solo a Parigi, oltre 2.600 adulti. In tutta la Francia quasi 18 mila catecumeni, con una presenza massiccia di giovani tra gli 11 e i 17 anni. Numeri che costringono la Chiesa a fare ciò che raramente le è concesso: pensare il futuro senza partire dalla paura.

La scelta della data d’avvio del consiglio – il 25 gennaio, festa della conversione di san Paolo – è tutt’altro che ornamentale. Paolo non è il convertito “di tradizione”, ma l’adulto attraversato da una frattura, da una crisi, da un rovesciamento. È una figura profondamente moderna. Ed è forse per questo che parla ancora a generazioni cresciute fuori dalla trasmissione familiare della fede, ma non fuori dalle domande radicali.

Qui sta uno dei punti decisivi. Questi nuovi catecumeni non vengono da famiglie praticanti. Spesso sono figli di genitori che hanno abbandonato la fede, ma nipoti di nonni credenti. La fede non è stata trasmessa come abitudine, ma come memoria affettiva. Una presenza discreta, non ideologica, che riaffiora nel momento in cui la vita chiede senso. Non è la nostalgia a muovere questi giovani, ma l’inquietudine.

C’è poi un altro paradosso che merita attenzione. La crisi degli abusi, che molti avevano letto come il colpo di grazia alla credibilità ecclesiale, non ha prodotto solo rigetto. Per una parte di questi giovani, la risposta della Chiesa – lenta, faticosa, imperfetta – è stata letta come segno di serietà. Non di perfezione, ma di responsabilità. In un tempo di istituzioni che fuggono le proprie colpe, una Chiesa che resta dentro il conflitto senza negarlo appare, sorprendentemente, affidabile.

Il consiglio voluto dall’arcivescovo Laurent Ulrich nasce dunque non da una strategia di marketing religioso, ma da una constatazione pastorale: questa ondata di conversioni cambia la vita delle parrocchie. Cinquanta catecumeni su ottocento fedeli alla messa domenicale non sono un dettaglio statistico; sono una trasformazione concreta del tessuto comunitario. Portano domande, entusiasmo, ingenuità, talvolta scomodità. Portano vita.

Non è un caso che la metodologia scelta sia di tipo sinodale e che vengano coinvolti movimenti giovanili, università, cappellanie, scout. Qui non si tratta di “inserire” nuovi fedeli in strutture già date, ma di ripensare le strutture a partire da chi arriva. È una differenza decisiva, che segna il passaggio da una Chiesa che difende spazi a una Chiesa che ascolta processi.

Un ruolo non secondario lo giocano i social media e gli influencer cattolici. Non come surrogato della comunità, ma come primo specchio: “non sono l’unico”. In un tempo in cui la fede è percepita come eccentricità, sapere che altri giovani vivono la stessa inquietudine rende possibile il primo passo. Non verso una dottrina, ma verso una domanda condivisa.

C’è infine un elemento che raramente viene detto senza imbarazzo: il confronto con l’Islam. La crescente visibilità dei musulmani in Francia non ha prodotto solo chiusura o paura, ma ha reso più dicibile l’identità religiosa nello spazio pubblico. Parlare di fede non è più un’anomalia. E questo, paradossalmente, aiuta anche i cristiani a non vergognarsi di ciò che cercano.

Parigi, città-simbolo dell’uscita dalla cristianità, diventa così laboratorio di una Chiesa che non torna indietro, ma riparte da chi arriva per la prima volta. Non è un risveglio trionfalistico, né una restaurazione. È qualcosa di più fragile e più vero: il segno che, anche nelle terre considerate esauste, il Vangelo continua a trovare orecchie disposte ad ascoltare.

Forse aveva ragione padre de La Martinière: Dio è davvero il Dio delle sorprese. E a volte sceglie proprio i luoghi che davamo per persi per ricordarci che la storia non è mai completamente scritta.