Suicidi i genitori di Claudio Carlomagno. Femminicidio, odio sociale e il confine spezzato della responsabilità

Forse è davvero la prima volta che la cronaca italiana registra, con questa evidenza, un fatto che segna un punto di non ritorno: il doppio suicidio dei genitori di un uomo accusato di femminicidio. Pasquale Carlomagno e Maria Messenio, trovati impiccati uno accanto all’altra nella loro villetta di via Tevere ad Anguillara Sabazia, non erano imputati, non erano condannati, non erano nemmeno formalmente accusati. Eppure, nel racconto pubblico, nella pressione quotidiana, nel giudizio diffuso, erano già diventati colpevoli.

Colpevoli per prossimità.

Colpevoli per legame di sangue.

Colpevoli per essere genitori.

Il femminicidio di Federica Torzullo resta un atto abietto, efferato, imperdonabile. Claudio Carlomagno ha confessato ed è detenuto nel carcere di Civitavecchia. Su questo non c’è ambiguità possibile. Ma la tragedia non si è fermata lì. Ha continuato a espandersi, a divorare ciò che stava intorno, fino a trasformarsi in una punizione collettiva, morale prima ancora che sociale.

Pasquale Carlomagno e Maria Messenio erano, secondo i vicini, “schiacciati dalla tragedia che aveva travolto la famiglia”. Negli ultimi giorni vivevano come due fantasmi. Lui scomparso dalla circolazione, lei costretta a nascondersi per le strade del paese con occhiali scuri e parrucca. Non per sfuggire alla giustizia, ma agli sguardi. Al giudizio sommario. All’odio.

Maria Messenio non era una figura marginale. Ex poliziotta, assessora alla Sicurezza del Comune di Anguillara, rappresentava le istituzioni. Si è dimessa subito dopo l’arresto del figlio: un atto dovuto, forse inevitabile. Ma nemmeno questo è bastato. Le dimissioni non hanno fermato l’ondata degli insulti. Sui social continuavano a comparire commenti come: “Hai generato un pezzo di m…”. Non indignazione civile, non richiesta di giustizia. Violenza simbolica pura, esercitata contro chi non aveva commesso il delitto ma ne portava il peso più devastante: essere madre dell’assassino.

È qui che la vicenda smette di essere solo cronaca nera e diventa questione civile. Perché la responsabilità penale è personale. Non si eredita. Non si trasmette. Non si dilata per legame affettivo. Quando questo confine salta, quando la colpa diventa contagiosa, la società entra in una zona oscura: quella in cui la giustizia viene sostituita dalla gogna.

Resta, certo, il piano giudiziario. Gli investigatori stanno verificando eventuali omissioni, bugie, depistaggi nelle ore successive al delitto. È giusto che lo facciano. È doveroso. Ma una cosa è l’accertamento delle responsabilità, altra cosa è la condanna preventiva e totale di chi, prima ancora di qualsiasi prova, viene esposto al pubblico disprezzo. Confondere questi piani è un errore gravissimo.

Il pomeriggio del 24 gennaio, dopo essere stati visti in auto intorno alle 15.15, Pasquale e Maria hanno chiuso la porta di casa. Dentro, solo il silenzio e una scelta definitiva. Avrebbero lasciato una lettera indirizzata all’altro figlio, Davide, per spiegare il gesto. È stata una zia a dare l’allarme. I carabinieri li hanno trovati impiccati, uno accanto all’altra. La Procura di Civitavecchia disporrà l’autopsia, ma l’ipotesi del suicidio appare chiara.

Tre morti in pochi giorni, legati dallo stesso nome e dallo stesso dolore. Una famiglia cancellata. Non per assolvere il colpevole – che resta tale – ma per ricordare una distinzione che è il fondamento stesso della civiltà giuridica e umana: la colpa è personale, il dolore no.

Le parole del sindaco di Anguillara Sabazia, Angelo Pizzigallo, risuonano come un controcanto necessario al frastuono dei social: “Resta solo il dovere del rispetto, del silenzio e della vicinanza umana”. È un linguaggio che oggi sembra fuori tempo, quasi debole. E invece è l’unico che prova a fermare la spirale.

Perché c’è qualcosa di inquietante in questa storia che va oltre Anguillara. Non ci basta più che un colpevole paghi. Vogliamo che soffra anche il suo mondo. Che cadano i genitori, che si spezzi la famiglia, che la vergogna diventi ereditaria. Ma quando una comunità – reale o digitale – smette di distinguere tra responsabilità e disperazione, tra giustizia e vendetta, non sta difendendo le vittime. Sta solo preparando la prossima tragedia.

E la domanda finale, la più scomoda, resta sospesa: fino a che punto l’odio collettivo può continuare a dirsi innocente?