È tempo della voce ferma europea sulle dichiarazioni ingrate e parziali del Presidente degli USA

C’è un ritardo che pesa più delle parole. Ed è il ritardo con cui Giorgia Meloni ha preso posizione contro le affermazioni di Donald Trump sull’Afghanistan. Non perché quelle parole non fossero chiare fin dall’inizio – erano offensive, grossolane, storicamente false – ma perché la presidente del Consiglio ha esitato, misurato, atteso. Come se dovesse prima verificare fin dove potesse spingersi senza incrinare un rapporto politico coltivato con cura, talvolta con eccessiva deferenza.

Quando però la voce è arrivata, è stata netta. E non è arrivata da sola.

A prevalere, più che un improvviso sussulto di autonomia personale, è stato il peso dello Stato: lo Stato maggiore della Difesa, la memoria istituzionale delle Forze armate, il rispetto dovuto ai caduti, e – fatto politicamente non secondario – la pressione di quel mondo patriottico che Meloni rappresenta e che sull’onore militare non è disposto a transigere. I “suoi” elettori, quelli della retorica della bandiera e del sacrificio, non avrebbero tollerato il silenzio o una mezza frase diplomatica davanti a chi liquidava vent’anni di missioni alleate come una passeggiata vigliacca.

Trump ha toccato un nervo scoperto. Non solo europeo, ma italiano. Perché l’Afghanistan, per l’Italia, non è stata una missione marginale: è stato comando, responsabilità, sangue. Cinquantatré morti non sono una statistica negoziabile in un’intervista a Fox News. E questo, prima ancora che la politica, lo sa l’apparato militare, lo sanno i vertici, lo sa quella cultura istituzionale che in Italia – nonostante tutto – resiste alle improvvisazioni del leaderismo carismatico.

È qui che si spezza, almeno per un momento, la sudditanza simbolica a Trump. Non per scelta ideologica, ma per necessità strutturale. Perché uno Stato che tollera l’umiliazione dei propri soldati smette di essere Stato e diventa platea. E Meloni, che pure ha flirtato con l’idea di un rapporto privilegiato con il tycoon – dal “Board of peace” alle ambiguità sulla nuova postura americana – si è trovata davanti a un limite invalicabile: l’onore nazionale non è una variabile negoziale della geopolitica personale.

Non a caso la presa di posizione arriva dopo Crosetto e Tajani. Segno che l’impulso non è stato solo politico, ma istituzionale. Prima la macchina dello Stato, poi la leader. E quando la nota di Palazzo Chigi arriva, è dura, quasi scolpita: “non sono accettabili”. Parole che, nel linguaggio felpato della diplomazia, equivalgono a uno schiaffo.

Resta il dato politico: Meloni parla, ma parla tardi. E parla perché costretta da un equilibrio più grande di lei. È l’ennesima dimostrazione di una strategia che procede per aggiustamenti successivi, non per visione: avvicinarsi a Trump finché è possibile, smarcarsi quando diventa inevitabile. Una linea lenta, contraddittoria, esposta al rischio di apparire subalterna anche quando non lo è.

Ma questa volta ha prevalso altro. Ha prevalso la ragion di Stato sulla fascinazione ideologica, la memoria dei caduti sulla seduzione del potere americano, il vincolo repubblicano sulla tentazione dell’allineamento. È un segnale. Non risolutivo, non definitivo. Ma chiaro.

E dice una cosa semplice: ci sono momenti in cui l’Italia può anche tardare, ma non può tacere. Perché certe parole, se non vengono smentite, diventano verità. E certe verità, quando offendono i morti, non sono più politica. Sono disonore.