Il messaggio di Leone XIV per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali

Nel giorno di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti e della stampa cattolica, Papa Leone XIV ha consegnato alla Chiesa e al mondo uno dei testi più lucidi e radicali degli ultimi anni sulla comunicazione contemporanea. Il messaggio per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, intitolato «Custodire voci e volti umani», non è un semplice richiamo etico, ma una vera diagnosi antropologica del nostro tempo digitale.

Il Papa parte da ciò che oggi rischiamo di perdere senza accorgercene: il volto e la voce, segni concreti dell’unicità della persona. Non sono accessori della comunicazione, ma il suo fondamento. Nella Bibbia e nella tradizione cristiana Dio non comunica per astrazione, ma chiamando per nome, mostrando un volto, parlando con una voce. La rivelazione cristiana culmina proprio qui: la Parola si è fatta carne, visibile e udibile nel volto e nella voce di Gesù.

Per questo — afferma Leone XIV — volto e voce sono sacri. Custodirli significa custodire l’uomo stesso.

La questione non è tecnologica, ma antropologica

Il cuore del messaggio è chiaro: la sfida dell’intelligenza artificiale non è anzitutto tecnica, ma antropologica. Non si tratta di stabilire cosa le macchine sappiano fare, ma cosa rischiamo di disimparare noi: pensare, discernere, creare, entrare in relazione.

Il Papa mette in guardia da un doppio pericolo. Da un lato, algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento premiano emozioni rapide, indignazione istantanea, polarizzazione. Dall’altro, un affidamento ingenuo all’IA come oracolo onnisciente rischia di logorare la capacità umana di pensiero critico e creativo. Delegare alle macchine la fatica del pensiero non è neutralità: è rinuncia alla responsabilità.

In questo senso, Leone XIV parla senza mezzi termini di una cultura che rischia di trasformare le persone in consumatori passivi di pensieri non pensati, di contenuti senza paternità, senza storia, senza amore.

Essere o fingere: la simulazione delle relazioni

Uno dei passaggi più forti del testo riguarda la simulazione delle relazioni. Chatbot sempre disponibili, voci artificiali “affettuose”, volti generati digitalmente non sono semplici strumenti: possono diventare architetti nascosti dei nostri stati emotivi, soprattutto per le persone più fragili.

Qui il Papa tocca un nervo scoperto: una tecnologia che sfrutta il bisogno umano di relazione può invadere la sfera dell’intimità e alterare il tessuto sociale. Quando ci circondiamo di specchi che ci restituiscono solo ciò che già pensiamo, perdiamo la possibilità dell’incontro con l’altro, che è sempre diverso, imprevedibile, fecondo.

Senza alterità — avverte il messaggio — non esistono relazione, amicizia, comunione.

Giornalismo, verità e bene pubblico

Il messaggio interpella in modo diretto il mondo dell’informazione. L’informazione non è una merce come le altre, ma un bene pubblico. Per questo il Papa chiede alle imprese dei media di non sacrificare la verità sull’altare dell’attenzione, e ai giornalisti di custodire la propria paternità professionale.

Contenuti generati o manipolati dall’IA devono essere dichiarati. Le fonti devono essere trasparenti. Il giornalismo sul campo — fatto di presenza, verifica, ascolto — non è un residuo del passato, ma un argine indispensabile contro la disinformazione e la sfiducia diffusa.

In filigrana, riecheggia l’insegnamento di san Francesco di Sales: una comunicazione disarmata e disarmante, capace di verità senza violenza, di chiarezza senza aggressività, di fermezza senza disumanizzazione.

Un’alleanza possibile

Il Papa non è un luddista. Non chiede di fermare l’innovazione, ma di governarla. Propone una possibile alleanza fondata su tre pilastri: responsabilità, cooperazione, educazione. Nessuno può chiamarsi fuori: piattaforme, legislatori, creatori di contenuti, scuole, famiglie, Chiese.

Particolare rilievo assume l’educazione ai media, all’informazione e all’IA, intesa non come competenza tecnica, ma come formazione della libertà dello spirito. Senza pensiero critico, la democrazia si indebolisce; senza discernimento, la fede si impoverisce; senza volto e voce, l’uomo si perde.

Custodire l’umano

Il messaggio di Leone XIV si chiude con un’immagine potente: abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona. In un mondo che moltiplica simulazioni, deepfake e realtà parallele, custodire la comunicazione significa custodire l’umano.

È una chiamata esigente, soprattutto per chi comunica per professione. Ma è anche una promessa: se la tecnologia sarà orientata alla persona, e non la persona piegata alla tecnologia, la comunicazione potrà tornare a essere ciò che è sempre stata nel cuore del cristianesimo: luogo di incontro, di verità e di salvezza.