C’è un fantasma che aleggia sul Global Combat Air Programme (GCAP), il progetto con cui Regno Unito, Italia e Giappone intendono dare vita a un caccia di sesta generazione europeo-asiatico: il fantasma del tempo che passa. E, con esso, quello dei costi che lievitano e delle decisioni che slittano. Non è solo una questione industriale o tecnologica. È una questione strategica.

I ritardi accumulati e l’aumento dei costi — ormai difficili da ignorare — sollevano una domanda che inizia a circolare con insistenza nei corridoi della difesa: si sta aspettando l’F-47 americano prima di decidere davvero che cosa debba essere il GCAP?

La lezione non imparata dell’Eurofighter

La storia recente dovrebbe insegnare prudenza. L’Eurofighter Typhoon nacque come risposta europea autonoma, ma arrivò sul mercato in un mondo già profondamente segnato dall’F-35 americano. Un velivolo eccellente sotto molti profili, ma penalizzato da scelte industriali lente, compromessi politici e una governance multinazionale incapace di decisioni rapide.

Il risultato è noto: un aereo che ha trovato spazio solo a fatica, spesso come alternativa “di prestigio” ma non come piattaforma dominante. Tecnologicamente avanzato, ma strategicamente subordinato.

Il timore è che il GCAP stia imboccando lo stesso sentiero.

Aspettare l’America: prudenza o dipendenza?

Negli Stati Uniti, il programma NGAD (Next Generation Air Dominance) — da cui dovrebbe emergere il futuro F-47 — procede con un ritmo che, come spesso accade, resta in parte coperto dal segreto. Ma una cosa è chiara: Washington non aspetta nessuno. Sperimenta, testa, scarta, accelera.

Nel frattempo, il GCAP discute architetture, ridefinisce requisiti, ricalibra ambizioni. È lecito chiedersi se questa prudenza non nasconda una strategia implicita: attendere di capire che cosa farà l’America per non “sbagliare direzione”.

Ma questa logica ha un prezzo. Perché chi aspetta, in un settore come quello della superiorità aerea, rischia di arrivare secondo… o peggio: di arrivare già superato.

Un caccia di sesta generazione… con logiche di quinta

Il paradosso è evidente: si parla di un velivolo “di sesta generazione” mentre le scelte sembrano ancora ancorate a logiche industriali e politiche di quinta, se non di quarta. Troppe capitali, troppi interessi, troppe cautele.

La sesta generazione, invece, non è solo un aereo. È un sistema di sistemi: intelligenza artificiale, droni gregari, cloud di combattimento, dominio cognitivo. Ritardare significa non solo spendere di più, ma progettare su presupposti che potrebbero essere già obsoleti quando il velivolo entrerà in servizio.

La domanda diventa allora scomoda:

si vuole davvero un concorrente dell’F-47 o un complemento europeo dell’ecosistema americano?

Autonomia strategica o comfort geopolitico

GCAP nasce anche come bandiera dell’autonomia strategica: meno dipendenza tecnologica, maggiore sovranità industriale, capacità decisionale propria. Ma l’autonomia non si proclama: si esercita. E richiede scelte rischiose, talvolta impopolari.

Se l’obiettivo reale fosse solo quello di non disturbare l’alleato americano, di non “uscire dal seminato”, allora il progetto rischierebbe di trasformarsi in un costoso esercizio di stile: un grande programma per produrre un aereo politicamente rassicurante ma militarmente non decisivo.

La vera posta in gioco

Il problema, in fondo, non è se il GCAP arriverà in ritardo o costerà di più — cosa ormai probabile — ma che tipo di aereo diventerà.

Un protagonista del futuro dominio aereo o un comprimario elegante in un teatro già scritto da altri?

Se l’Europa (e il Giappone) vogliono evitare che il GCAP nasca vecchio, devono smettere di guardare ossessivamente a ciò che farà l’America e iniziare a decidere che cosa vogliono essere loro.

Perché nella storia dell’aviazione militare — come in quella della politica — chi aspetta troppo spesso scopre di aver perso la partita prima ancora di decollare.