Arrestano i bambini per “stanare” i genitori
C’è una linea che separa lo Stato di diritto dall’arbitrio. E poi c’è un punto oltre quella linea, dove il potere smette di cercare giustificazioni e comincia a usare i corpi più fragili come strumenti. L’arresto di un bambino di cinque anni, a Minneapolis, non è un incidente burocratico né un eccesso isolato: è il segno rivelatore di una politica che ha perso il senso del limite e della vergogna.
Liam Conejo Ramos indossava uno zaino di Spider-Man e un cappello troppo grande per la sua testa. Non stava fuggendo, non stava opponendo resistenza, non rappresentava alcuna minaccia. Eppure è stato trattenuto da agenti federali mascherati, portato via insieme al padre e trasferito in un centro di detenzione per migranti in Texas. Cinque anni. In età da alfabeto e cartoni animati, non da manette e voli forzati.
La giustificazione ufficiale è fredda, burocratica, disumana: il padre sarebbe fuggito, avrebbe “lasciato” il bambino. Una versione contestata da testimoni, dirigenti scolastici, membri del consiglio educativo, tutti concordi su un punto: c’erano adulti pronti a prendersi cura del piccolo. Ma non è stato permesso. Perché? Perché il bambino serviva. Serviva come leva, come pressione, come ostaggio morale. Non dichiarato, certo. Ma di fatto.
Quando uno Stato usa i figli per raggiungere i genitori, non sta più applicando la legge: sta praticando l’intimidazione. È una tecnica antica, che appartiene ai regimi che l’America ama denunciare altrove. E invece oggi prende forma nei sobborghi del Minnesota, davanti alle scuole, sugli scuolabus seguiti dagli agenti dell’immigrazione, nei quartieri trasformati in zone di paura.
Non si tratta solo di immigrazione. Qui è in gioco qualcosa di più profondo: l’idea stessa di persona. Perché per giustificare l’arresto di un bambino bisogna prima disumanizzarlo, ridurlo a “appendice” di un genitore irregolare, a variabile logistica di un’operazione di polizia. È la stessa logica che consente di manipolare immagini ufficiali, di diffondere foto alterate per umiliare i manifestanti, di criminalizzare il dissenso accademico e politico. Un potere che non tollera lo sguardo critico, né quello dei giornalisti né quello dei cittadini.
Il vicepresidente JD Vance ha chiesto retoricamente: «Cosa avrebbero dovuto fare?». È una domanda rivelatrice. Perché la risposta è semplice, ed è scritta in ogni ordinamento civile: avrebbero dovuto proteggere il minore. Avrebbero dovuto fermarsi. Avrebbero dovuto ricordare che non tutto ciò che è possibile è lecito, e che non tutto ciò che è legale è giusto.
In Minnesota, intanto, le scuole contano quattro bambini arrestati in due settimane. Le città si fermano, le attività chiudono, le chiese pregano, i sindacati scioperano. Non è solo protesta: è un sussulto morale. Il tentativo, fragile ma necessario, di dire che esiste ancora una coscienza pubblica.
Un governo può difendere i confini senza calpestare l’infanzia. Può applicare le leggi senza trasformare i bambini in esche. Quando non lo fa, non è forte: è povero di umanità. E quando perde la dignità nel modo in cui tratta i più piccoli, perde anche il diritto di parlare di civiltà, sicurezza, valori.
I bambini non sono strumenti di polizia. Non sono messaggi da recapitare ai genitori. Non sono danni collaterali.
E quando uno Stato dimentica questo, il problema non è l’immigrazione. È il potere stesso.
