C’è una menzogna che ritorna puntuale nei comunicati ufficiali, nei titoli distratti, nelle cronache anestetizzate: il giornalista è morto. No. Il giornalista non muore. Il giornalista viene ucciso. E la differenza non è semantica, è politica, morale, civile.
I numeri diffusi da Reporters sans frontières sono una sentenza contro il nostro tempo: 67 giornalisti uccisi in dodici mesi, di cui almeno 53 vittime dirette di guerre e criminalità organizzata. Non “effetti collaterali”, non “tragiche fatalità”, ma bersagli. Colpiti perché raccontavano. Eliminati perché vedevano. Ridotti al silenzio perché facevano il loro mestiere.
Quasi la metà di questi omicidi – il 43% – si concentra a Gaza. Una statistica che pesa come un atto d’accusa storico: il luogo dove l’informazione viene sistematicamente spenta insieme alla vita. In Ucraina, i droni russi continuano a colpire anche chi documenta. In Sudan, il giornalismo è diventato una professione letale. In Messico, il crimine organizzato governa territori e narrazioni, e chi indaga viene cancellato. Non è più solo repressione: è strategia del terrore.
A pagare il prezzo più alto non sono gli inviati celebri, ma i giornalisti locali. Quelli senza scorta, senza passaporto diplomatico, senza riflettori. Quelli che raccontano il proprio paese, la propria gente, e per questo vengono assassinati. Solo due giornalisti stranieri uccisi fuori dal loro Stato: tutti gli altri sono morti a casa loro. È lì che oggi il giornalismo è più pericoloso: dove il potere non tollera testimoni interni.
E quando non si uccide, si imprigiona. 503 giornalisti detenuti nel mondo. La Cina resta la più grande prigione della stampa, ma la Russia sale sul podio dell’infamia, detenendo anche il maggior numero di giornalisti stranieri. Israele segue a ruota. La Siria resta un buco nero: decine di giornalisti scomparsi, inghiottiti da regimi e milizie, anche dopo la caduta di Assad. 135 professionisti irreperibili, come se il mondo avesse deciso di abituarsi all’assenza.
Qui emerge il nodo più grave: l’impunità. Uccidere un giornalista oggi costa poco. Troppo poco. Le organizzazioni internazionali non riescono più a far rispettare il diritto umanitario. I governi parlano di libertà di stampa, ma esitano quando si tratta di proteggerla davvero. Il coraggio politico si è assottigliato insieme alla memoria.
Thibaut Bruttin lo dice senza infingimenti: dall’essere testimoni privilegiati della storia, i giornalisti sono diventati testimoni fastidiosi. E dunque eliminabili. Pedine nei giochi diplomatici. Ostacoli da rimuovere. Monete di scambio.
Per questo bisogna diffidare delle retoriche eroiche. Non si “dà la vita” per il giornalismo. La vita viene tolta a chi fa giornalismo. E chiamare le cose con il loro nome è il primo atto di resistenza.
Finché continueremo a dire che “sono morti”, invece di dire che “sono stati uccisi”, avremo già fatto un passo dalla parte dei carnefici.
