Nelle Filippine fare giornalismo investigativo può costare una vita professionale – e, sempre più spesso, la libertà personale. Lo dimostra la condanna inflitta il 22 gennaio 2026 a Frenchie Mae Cumpio, giornalista filippina detenuta da sei anni in attesa di giudizio e ora condannata a diciotto anni di carcere per “finanziamento del terrorismo”, con dodici anni di pena minima incomprimibile. Una sentenza che le organizzazioni per i diritti umani definiscono senza mezzi termini un processo politico.

Secondo Reporters sans frontières (RSF) e la coalizione internazionale #FreeFrenchieMaeCumpio, il caso sarebbe l’esempio emblematico di un dossier costruito a tavolino per mettere a tacere una voce scomoda. Prima dell’arresto, avvenuto nel febbraio 2020, Cumpio documentava con regolarità gli abusi dell’esercito e della polizia nella regione delle Visayas orientali, dirigendo il media indipendente Eastern Vista e collaborando con una radio locale.

Le accuse mosse contro di lei – possesso di armi, legami con la guerriglia comunista, finanziamento di gruppi terroristici – poggiano su prove fragilissime. RSF sostiene che le armi e il materiale “sovversivo” sarebbero stati collocati nel suo appartamento durante una perquisizione, senza che la giornalista ne fosse a conoscenza. I principali testimoni dell’accusa, due presunte “ex ribelli”, hanno fornito versioni contraddittorie e incoerenti, arrivando ad affermare di aver incontrato Cumpio in riunioni clandestine quando lei aveva appena nove anni.

Non è tutto. Un’ulteriore accusa di duplice omicidio, legata a un’imboscata contro militari nel 2019, è stata in seguito archiviata per assenza di prove, ma ha contribuito a costruire intorno alla giornalista un’immagine di “nemica interna”. Un copione noto nelle Filippine, dove la pratica del “red-tagging” – etichettare giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani come comunisti o terroristi – è diventata uno strumento ricorrente di repressione.

La reazione internazionale non si è fatta attendere. La relatrice speciale dell’ONU per la libertà di espressione, Irene Khan, ha parlato di una vera e propria “parodia di giustizia”. Oltre 250 giornalisti di tutto il mondo hanno chiesto al presidente Ferdinand Marcos Jr. la liberazione immediata della reporter, denunciando un grave attacco allo stato di diritto.

Il caso di Frenchie Mae Cumpio va oltre la vicenda personale. È il segnale di un clima sempre più ostile verso la stampa indipendente in un Paese che nel 2025 occupa il 116° posto su 180 nel ranking mondiale della libertà di stampa di RSF. Sei anni di detenzione preventiva, accuse costruite, una condanna esemplare: il messaggio lanciato alle redazioni filippine è chiaro.

Raccontare ciò che accade nelle zone d’ombra del potere può trasformare un taccuino in una prova d’accusa. E una giornalista in una colpevole da neutralizzare.