C’è qualcosa di profondamente indecente nel presentare grattacieli sul mare mentre, a poche centinaia di chilometri da Davos, una bambina muore di ipotermia in una tenda. Ma è esattamente questo il cortocircuito morale che l’amministrazione Trump ha messo in scena al World Economic Forum: vendere la “nuova Gaza” come se fosse un progetto immobiliare di lusso, un dépliant per investitori, una Dubai levantina costruita sulle macerie e sui cadaveri.
Jared Kushner, con l’entusiasmo di un developer più che con la gravità di un mediatore di pace, ha illustrato un “piano maestro” fatto di grattacieli turistici, porti, aeroporti e libero mercato. Nessun piano B, ha detto. Come se la vita di oltre due milioni di palestinesi potesse essere compressa in una slide PowerPoint. Come se il problema di Gaza non fosse la guerra, l’occupazione, l’assedio, ma la mancanza di skyline.
Il paradosso è che mentre a Davos si parlava di “opportunità di investimento”, a Gaza continuavano i bombardamenti quotidiani, i giornalisti venivano uccisi mentre lavoravano, e i servizi di soccorso annunciavano la morte di una neonata per il freddo. La “nuova Gaza” nasce così: non dalla fine reale della violenza, ma dalla sua rimozione narrativa. Prima si cancella la sofferenza dal discorso pubblico, poi si ricostruisce sopra, come si fa con le baraccopoli nelle grandi operazioni speculative.
Il progetto di Kushner tradisce una visione coloniale aggiornata al linguaggio del capitalismo globale: la pace non come giustizia, ma come normalizzazione economica; non come riconoscimento dei diritti, ma come valorizzazione immobiliare. Gaza diventa “nodo di trasporti”, “destinazione turistica”, “hub industriale”. I suoi abitanti, invece, restano un dettaglio logistico, da spostare, gestire, integrare nel modello, a condizione che prima venga soddisfatta la clausola politica fondamentale: la smilitarizzazione totale di Hamas, imposta come prerequisito unilaterale mentre l’occupazione militare israeliana resta intoccabile.
Non è un piano di pace: è una pace condizionata, selettiva, geograficamente modulare. Kushner lo dice senza imbarazzo: si ricostruirà solo dove il disarmo sarà “completo”, cioè nelle aree già sotto controllo israeliano, oggi quasi disabitate. La ricostruzione come premio, non come diritto. La città come leva di pressione politica.
Il linguaggio utilizzato è rivelatore. Trump parla di “piccoli fuochi” da spegnere, minimizzando un conflitto che ha prodotto oltre 70.000 morti e una devastazione senza precedenti. Rivendica “livelli record” di aiuti umanitari mentre le agenzie internazionali continuano a parlare di crisi alimentare acuta per il 77% della popolazione. È la retorica del successo che si autoalimenta, impermeabile ai fatti che la contraddicono.
La stessa “Junta per la Pace” inaugurata a Davos appare come una scenografia geopolitica più che come un’architettura credibile di governance. Pochi leader, nessuna grande democrazia occidentale, assenze pesanti, presenze imbarazzanti. L’ONU evocata come partner mentre, di fatto, viene svuotata di ruolo. Netanyahu assente per ragioni giudiziarie internazionali, ma politicamente centrale, evocato dalla sua sedia vuota.
In definitiva, la “nuova Gaza” raccontata a Davos non è un progetto di ricostruzione, ma un esercizio di rimozione morale. Trasforma una tragedia umanitaria in una questione di branding territoriale. Sostituisce la politica con l’urbanistica, i diritti con i rendering, la pace con il profitto. È la pace vista dal piano alto di un grattacielo immaginario, mentre a terra si continua a scavare tra le macerie.
Se questo è il futuro che viene promesso a Gaza, allora non siamo di fronte a una rinascita, ma a una seconda espropriazione: prima delle vite, poi della memoria. E chiamarla “pace” non la rende meno violenta.
