Dietro le truffe online che colpiscono milioni di utenti in tutto il mondo si nasconde una realtà fatta di corpi sequestrati, torture e schiavitù: in Cambogia decine di centri criminali continuano a funzionare indisturbati, mentre le vittime, ingannate e trafficate, cercano di fuggire a mani nude da un sistema che lo Stato conosce ma tollera.

La Cambogia è diventata uno dei principali epicentri di una nuova forma di schiavitù del XXI secolo: quella legata alle truffe online. Un’industria criminale che muove miliardi di dollari, alimentata da reti transnazionali, soprattutto di matrice cinese, e resa possibile da complicità locali, vuoti normativi e una inquietante tolleranza statale.

Già nel luglio 2025 Amnesty International aveva documentato l’esistenza di oltre cinquanta centri per le truffe digitali trasformati in veri e propri luoghi di detenzione illegale, tortura e sfruttamento sessuale. Migliaia di persone migranti — in gran parte donne e giovani provenienti da almeno dieci Paesi asiatici — erano state reclutate con la promessa di lavori regolari nel settore tecnologico o dei servizi, per poi ritrovarsi private dei documenti, sequestrate e costrette a partecipare a frodi online contro ignari utenti di tutto il mondo.

Truffe digitali, violenza reale

Dietro l’apparente immaterialità delle frodi informatiche si nasconde una violenza estremamente concreta. Le vittime sono obbligate a lavorare per molte ore al giorno, sotto minaccia di percosse, privazione del cibo, torture psicologiche e, in numerosi casi, stupri. Chi non raggiunge i “target” economici imposti dai capi delle organizzazioni criminali viene punito. Chi tenta di ribellarsi o di fuggire rischia la vita.

Le testimonianze raccolte parlano di un sistema disciplinare brutale, che richiama modelli di schiavitù classica, ma applicato all’economia digitale globale. La tecnologia, anziché liberare, diventa strumento di controllo e coercizione.

Lo Stato che vede e non interviene

Uno degli elementi più gravi emersi dai rapporti di Amnesty riguarda la responsabilità delle autorità cambogiane. Nonostante l’esistenza formale di una Commissione nazionale contro il traffico di esseri umani e di diverse task force ministeriali, il fenomeno è stato per anni ignorato o minimizzato. Le indagini hanno sollevato forti sospetti di collusione tra forze di polizia locali e gruppi criminali, soprattutto nelle aree dove questi centri operano apertamente.

Dopo la pubblicazione del rapporto del 2025, il governo ha annunciato la “liberazione” di oltre 3.000 vittime. Ma i fatti successivi mostrano un’altra realtà: i centri sono ancora attivi, e la repressione appare più cosmetica che strutturale.

Fuggire senza protezione

Nel gennaio 2026 Amnesty International ha documentato una nuova e drammatica ondata di fughe. Attraverso la geolocalizzazione di almeno 15 video e immagini — molte fornite dal gruppo di ricerca Cyber Scam Monitor — è stato possibile confermare tentativi di evasione da almeno dieci centri per truffe online, alcuni già citati nel rapporto precedente.

Le immagini mostrano persone che cercano di scavalcare cancelli o muri, mentre il personale di sicurezza le colpisce con violenza. Scene che ricordano più campi di prigionia che luoghi di lavoro.

Ma la fuga, da sola, non basta. Amnesty denuncia un rischio concreto: senza un intervento statale serio e un sistema di protezione internazionale, le persone liberate o fuggite rischiano di essere rimpatriate forzatamente nei Paesi d’origine — dove potrebbero subire persecuzioni — oppure di restare in Cambogia senza assistenza, finendo nuovamente nelle mani dei trafficanti.

Una responsabilità globale

Il caso cambogiano mette in luce una verità scomoda: le truffe online che colpiscono cittadini europei, americani o asiatici hanno spesso origine in catene di sfruttamento umano invisibili. Ogni messaggio fraudolento, ogni finta relazione sentimentale, ogni schema di investimento truffaldino può essere il prodotto di una persona costretta con la violenza a ingannare altri per sopravvivere.

La risposta non può essere solo repressiva o nazionale. Serve cooperazione internazionale, protezione delle vittime, sanzioni mirate contro i responsabili e un serio monitoraggio delle complicità statali. Altrimenti la “schiavitù digitale” continuerà a prosperare, nascosta dietro gli schermi, ma alimentata da corpi, paura e sangue.

La Cambogia, oggi, è un banco di prova. Non solo per i diritti umani nel Sud-Est asiatico, ma per la credibilità di una comunità internazionale che dice di combattere la tratta di esseri umani mentre beneficia, indirettamente, dei profitti di un’economia criminale globale.