Secondo Jamelle Bouie, editorialista del New York Times, la cronaca politica americana degli ultimi mesi presenta un’analogia inquietante con una delle fasi più oscure della storia presidenziale degli Stati Uniti: il collasso finale di Richard Nixon. Ma con una differenza decisiva e, per certi versi, più grave. Nixon precipitò nella spirale dell’ossessione e dell’autodistruzione quando il suo potere era ormai al termine. Donald Trump, sostiene Bouie, vi è arrivato con anni di mandato ancora davanti.

Bouie richiama le testimonianze di Woodward e Bernstein sugli ultimi giorni di Nixon: l’isolamento, l’insonnia, l’abuso di alcol, il linguaggio sconnesso, le divagazioni sui fasti passati, fino alle scene quasi allucinatorie nei corridoi della Casa Bianca e al celebre episodio nello Studio Ovale, quando Nixon crollò in ginocchio tra singhiozzi e autocommiserazione. In quel frangente, il sistema istituzionale americano reagì. Il segretario alla Difesa e i vertici militari rafforzarono il controllo sulla catena di comando per evitare decisioni irreversibili da parte di un presidente ormai instabile.

Per Bouie, l’elemento più allarmante non è tanto il parallelo storico, quanto il fatto che oggi manchi una reazione analoga. Trump – osserva l’editorialista – manifesta tratti di impulsività, narcisismo e confusione tra interesse personale e interesse nazionale non in una fase terminale del potere, ma nel pieno delle sue prerogative costituzionali.

L’esempio più emblematico, nella lettura di Bouie, è l’ossessione per la Groenlandia. La minaccia di un’acquisizione militare di un territorio appartenente a un alleato NATO non viene interpretata come una provocazione tattica o una mossa strategica, ma come il prodotto di una combinazione di vanità personale e risentimento. L’idea – del tutto infondata – che la Groenlandia debba “compensare” il mancato conferimento del Premio Nobel per la Pace diventa, nella ricostruzione dell’editorialista, la prova di una deriva mentale prima ancora che politica.

Bouie sottolinea un punto cruciale: l’uso della forza per un simile obiettivo sarebbe catastrofico non solo sul piano diplomatico, ma su quello strutturale della sicurezza occidentale. Distruggerebbe l’alleanza atlantica, isolerebbe gli Stati Uniti dall’Europa, spingerebbe altri Paesi verso la proliferazione nucleare e indebolirebbe proprio quegli strumenti di intelligence e cooperazione su cui Washington fonda la propria potenza globale. Il paradosso, nota Bouie, è che tutto questo avverrebbe contro la volontà quasi unanime dell’opinione pubblica americana.

Ma la questione centrale, per l’editorialista, non è la Groenlandia in sé. È ciò che essa rivela. La lettera inviata al primo ministro norvegese – con il suo tono risentito, le affermazioni false, la confusione tra politica internazionale e rivendicazione narcisistica – appare a Bouie come uno squarcio nella mente di un presidente incapace di distinguere tra il proprio ego e lo Stato che rappresenta.

Qui il giudizio si fa più netto. Un presidente, scrive Bouie, deve saper subordinare i propri impulsi agli interessi della nazione. Deve reggere il peso simbolico dell’unità, anche quando non la incarna spontaneamente. Trump, al contrario, sembra concepirsi non come presidente degli Stati Uniti, ma come capo di una fazione, o peggio, come proprietario temporaneo del potere.

Il dato forse più inquietante, nella prospettiva dell’editorialista, è l’assenza di contromisure. Nixon fu costretto alle dimissioni da un sistema politico che, pur tra mille ambiguità, seppe riconoscere il limite. Oggi, osserva Bouie, il Congresso appare legato al presidente da una relazione di dipendenza identitaria, mentre i collaboratori oscillano tra servilismo e opportunismo. Nessuno esercita una vera funzione di contenimento.

L’elzeviro di Bouie non è solo un atto d’accusa personale. È una riflessione sul logoramento delle istituzioni quando la psicologia del potere non viene più bilanciata da responsabilità collettive. La figura che emerge non è quella del “tiranno classico”, ma di un leader dominato dall’immediatezza, incapace di visione, prigioniero di un solipsismo che trasforma ogni frustrazione in minaccia geopolitica.

La conclusione dell’editorialista è volutamente inquieta: se Nixon fu un presidente che crollò sotto il peso delle sue colpe, Trump rischia di trascinare con sé l’architettura stessa dell’ordine internazionale. Non per calcolo ideologico, ma per incapacità caratteriale. Tre anni, in questo quadro, non appaiono come una semplice scadenza istituzionale, ma come un’incognita sistemica.