C’è un momento, nei regimi che si sentono minacciati, in cui la repressione smette di essere difensiva e diventa pedagogica. L’Iran sembra avervi appena fatto ingresso. Le promesse di “punizioni esemplari”, il lessico della sedizione, le confessioni televisive, i sequestri patrimoniali e il blackout digitale non sono solo strumenti di ordine pubblico: sono il segnale che a Teheran è iniziata una fase nuova, quella delle purghe contro chi è sospettato di aver creduto troppo – o male – nella protezione americana.
Il copione è noto, ma ogni volta produce lo stesso gelo. Le proteste, esplose a fine dicembre nel cuore commerciale della capitale e poi dilagate, vengono ora riscritte come un’operazione eterodiretta, armata e finanziata dall’estero. Stati Uniti e Israele diventano la causa totale: non solo dei disordini, ma persino delle vittime. L’ammissione, rara, di “migliaia di morti” da parte della Guida suprema Khamenei non apre alla responsabilità dello Stato; al contrario, la rafforza, perché consente di collocare il sangue versato interamente nel campo del complotto.
In questo quadro, la distinzione introdotta dalle autorità tra “terroristi” e “ingannati” non è un gesto di clemenza, ma una tecnica classica di disciplinamento. Chi confessa, chi si consegna, chi rinnega pubblicamente, può sperare nella “compassione islamica”. Gli altri entrano nel registro del nemico assoluto. È il ritorno di una giustizia selettiva che non cerca la verità, ma l’obbedienza.
Il vero bersaglio, tuttavia, non sono solo i manifestanti. È un’intera fascia sociale che negli ultimi anni aveva interiorizzato l’idea di una copertura esterna: imprenditori, intellettuali, artisti, sportivi, figure pubbliche che avevano osato esporsi, convinti che Washington non avrebbe lasciato soli coloro che sfidavano il sistema. I sequestri di beni, i caffè chiusi, le attività confiscate, persino i simboli di successo economico messi all’asta come risarcimento per i “danni della sedizione”, raccontano questo passaggio: l’illusione americana diventa ora prova d’accusa.
Donald Trump, in questo scenario, è una figura paradossale e insieme centrale. Le sue parole – l’invito a “prendere il controllo”, la promessa vaga che “l’aiuto è in arrivo”, seguita da improvvise lodi alla leadership iraniana – hanno alimentato aspettative senza offrire garanzie. Quando poi il tono si è fatto apertamente incendiario, invocando la fine del regime di Khamenei, l’establishment iraniano ha trovato il pretesto perfetto per chiudere il cerchio: chi protesta non è un cittadino, ma un agente; chi dissente non è un riformista, ma un traditore.
Il blackout digitale completa l’architettura della repressione. Non è solo censura: è un laboratorio. Le brevi riconnessioni, i test tecnici, la sostituzione dei vertici delle compagnie di telecomunicazioni mostrano un obiettivo preciso: imparare a spegnere il Paese senza spegnerlo del tutto. Governare l’oscurità, dosarla, renderla strutturale. In questo senso, l’Iran guarda meno al passato e più al futuro dei regimi autoritari tecnologicamente attrezzati.
Le purghe che iniziano oggi non hanno il volto spettacolare dei processi rivoluzionari del Novecento. Sono più fredde, amministrative, diffuse. Passano per i tribunali, per le tasse, per le licenze, per l’accesso alla rete. Colpiscono non solo i corpi, ma le biografie. E soprattutto producono un messaggio chiarissimo: chi ha creduto di essere spalleggiato dagli Stati Uniti ha commesso l’errore più grave, quello di scambiare la retorica geopolitica per protezione reale.
Alla fine, resta una lezione amara che va oltre l’Iran. Le rivolte senza garanzie esterne solide pagano sempre il prezzo più alto. E le grandi potenze, quando parlano di libertà senza assumersene il costo, finiscono per rafforzare proprio quei regimi che dicono di voler indebolire. Teheran oggi epura. Ma lo fa anche grazie alle illusioni altrui.
