Quattordici ore al giorno senza elettricità possono diventare una routine di guerra. Senza riscaldamento, con quindici gradi sotto zero nella notte, diventano una prova di resistenza fisica e morale. L’inverno 2025-2026 segna per l’Ucraina un salto di qualità nella strategia russa: non più solo colpire il fronte o le città simbolo, ma piegare la popolazione attraverso il freddo.

La dichiarazione dello stato di emergenza energetica da parte del presidente Volodymyr Zelensky non è un atto formale. È il riconoscimento che il sistema energetico ucraino è entrato nella sua fase più critica dalla fine del 2022. Le offensive russe, concentrate dall’autunno sulle infrastrutture gaziere e di produzione elettrica, hanno trasformato l’inverno in un moltiplicatore di danni: ciò che in estate è sopportabile, con il gelo diventa devastante.

A Lviv, città considerata relativamente protetta grazie alla vicinanza delle centrali nucleari e ai collegamenti con i mercati energetici europei, i radiatori sono accesi ma tiepidi. Negli appartamenti si scende a otto gradi. I generatori acquistati negli anni scorsi da negozi e attività commerciali cedono al freddo, costringendo a chiusure temporanee. Quando anche l’Ovest, tradizionalmente più resiliente, comincia a collassare, significa che non esistono più retrovie energetiche sicure.

Il ministro dell’energia Denys Shmyhal lo ha detto senza giri di parole: non esiste più una sola centrale in Ucraina che non sia stata danneggiata. Kiev ne è il simbolo più drammatico. Oltre seimila edifici residenziali senza corrente, scuole chiuse, trasporti in tilt. Il sindaco Vitali Klitschko arriva a invitare chi può a lasciare la capitale. Un appello che suona come una resa parziale: la maggior parte dei cittadini non ha alternative.

Eppure, come spesso accade in Ucraina, alla devastazione si accompagna una resilienza quasi ostinata. I social raccontano di soluzioni improvvisate, di “radiatori di fortuna” costruiti con candele e mattoni, di persone che dormono in cucina perché è l’unica stanza riscaldabile. È una sopravvivenza creativa, ma anche un segnale inquietante: lo Stato ripara, ma non riesce a proteggere. I tecnici lavorano giorno e notte, diventano eroi civili, ma – come osservano gli esperti – è un lavoro di Sisifo. Si ricostruisce oggi ciò che verrà colpito domani.

Il servizio di sicurezza ucraino parla apertamente di crimini contro l’umanità. Colpire deliberatamente le infrastrutture che garantiscono calore ed elettricità in pieno inverno significa usare il clima come arma. Non è solo una strategia militare, è una strategia psicologica: stancare, spingere allo spopolamento, erodere la volontà di resistere. È la guerra totale applicata alla vita quotidiana.

Il quadro si complica ulteriormente se si guarda ai territori occupati. Anche lì centinaia di migliaia di famiglie restano senza elettricità, colpite da attacchi ucraini contro infrastrutture controllate da Mosca. La guerra energetica non conosce linee morali nette: il buio diventa una condizione condivisa, imposta dall’una o dall’altra parte, e sempre pagata dai civili.

Questo inverno mostra con crudezza ciò che la guerra in Ucraina è ormai diventata: non solo una contesa territoriale o geopolitica, ma una guerra di logoramento sociale. Il fronte passa dagli impianti industriali ai radiatori domestici, dalle linee elettriche alle cucine gelate. Resistere non significa più solo difendere una città, ma riuscire a vivere, scaldarsi, studiare, lavorare.

L’Europa osserva, aiuta, ma resta distante dal gelo reale. Eppure la lezione è evidente: quando l’energia diventa bersaglio, la guerra entra nelle case. In Ucraina, quest’inverno, non si combatte solo con droni e missili. Si combatte contro il freddo. E contro l’idea che spegnere la luce possa spegnere anche la speranza.