Nuove scoperte sui rischi per la salute dell’inchiostro dei tatuaggi

C’è un tempo in cui il tatuaggio era una soglia: segnava l’ingresso nell’età adulta, l’appartenenza a un clan, la memoria di una battaglia o di un lutto. Oggi, nella nostra modernità ipervisibile, è diventato spesso un gesto più domestico: una scritta minuta sul polso, un segno “tribale” discreto, un disegno che si porta addosso come un accessorio. Eppure la pelle non è un semplice supporto. È confine e relazione: ciò che ci separa dal mondo e insieme ciò che ci mette in contatto con gli altri.

Proprio perché la pelle è un luogo così esposto — biologicamente e simbolicamente — il dibattito sui tatuaggi non può restare confinato al gusto. Negli ultimi anni, e con nuova intensità nel 2025, diversi studi hanno cercato di capire se quel gesto “estetico” lasci dietro di sé un’impronta più profonda: non soltanto nella memoria, ma nel corpo.

Un grande studio danese su coppie di gemelli (oltre 5.900) ha osservato un’associazione tra tatuaggi e maggiori diagnosi di alcuni tumori — in particolare pelle e linfomi — con segnali più marcati quando i tatuaggi sono estesi. Non è una sentenza, né una prova definitiva di causa-effetto; è però una spia che chiede prudenza e ulteriori verifiche.  

Il punto, infatti, non è soltanto cosa si disegna sulla pelle, ma dove va ciò che si inietta sotto la pelle. Le particelle di inchiostro non restano sempre “a casa”: possono migrare e accumularsi nei linfonodi, chiamando in causa l’infiammazione e, più in generale, il dialogo complesso tra pigmenti e sistema immunitario. Un lavoro sperimentale pubblicato su PNAS ha mostrato nei modelli animali un’infiammazione prolungata nei linfonodi drenanti e un’alterazione della risposta a vaccinazioni, con la necessaria cautela di chi sa che dai topi all’uomo la strada non è mai diretta.  

La ricerca svizzera (USI) ha rilanciato l’attenzione su questo punto: l’inchiostro, una volta arrivato nei linfonodi, può permanere a lungo e alimentare un ciclo infiammatorio; e alcune osservazioni indicano che certi pigmenti — in particolare inchiostri neri e rossi — meritano un’attenzione specifica per potenziali effetti biologici. Anche qui, il dato più serio è il metodo: non slogan, ma laboratorio, immunologia, tracciamento.  

Poi c’è un altro capitolo: la chimica. L’Europa ha introdotto restrizioni più severe sugli inchiostri attraverso il quadro REACH, proprio perché la questione non è folkloristica: riguarda sostanze e contaminanti, etichettatura, limiti di concentrazione, rischi allergici e tossicologici.  

E allora la domanda inevitabile torna, ma cambia tono: bisogna stare alla larga dai tatuaggi? Non è compito di un articolo moraleggiare. È compito, semmai, ricordare che la libertà non è mai un gesto cieco: è un gesto informato. In un’epoca che ha trasformato il corpo in un profilo, e la pelle in una vetrina, la scelta di incidere un segno permanente dovrebbe avere almeno la stessa serietà con cui scegliamo ciò che ingeriamo o ciò che respiriamo.

C’è però un’ultima dimensione, meno misurabile e più rivelatrice: il tatuaggio come narrazione. Una psicoterapia direbbe che sulla pelle si scrive talvolta una rivendicazione (“il mio corpo è mio”), talvolta una autocreazione (“almeno qui decido io”), talvolta un desiderio di corrispondenza (“voglio essere come mi immagino”). E non di rado, sotto il “segno di moda”, scorre un bisogno di appartenenza: non voglio soltanto un disegno, voglio essere leggibile dentro un gruppo.

Qui il discorso torna alla pelle come luogo di confine: tra me e gli altri, tra ciò che sono e ciò che vorrei essere, tra identità e ferita. Per questo, forse, la vera domanda non è “che tatuaggio mi faccio?”, ma “che storia sto tentando di dire — o di coprire — con la mia pelle?”.

Sul piano pratico, il buon senso oggi si traduce in tre parole: misura, sicurezza, trasparenza. Misura (evitare superfici enormi come se la pelle fosse una tela infinita), sicurezza (standard igienici rigorosi, professionisti qualificati), trasparenza (inchiostri certificati e conformi alle norme UE). Il resto è responsabilità personale: non paura, ma consapevolezza.

Perché la pelle, in fondo, è davvero “un posto speciale”: non solo ciò che mostriamo, ma ciò che ci protegge. E ciò che scegliamo di farle raccontare dovrebbe sempre meritare il prezzo — biologico e simbolico — di un segno per sempre.