C’è qualcosa di profondamente stonato nel leggere di camere d’albergo da cinquecento euro a notte, di auto blu usate come taxi personali, di fiori, parrucchiere e palestra pagati con la carta di credito “aziendale”, mentre tutto questo avviene dentro un’istituzione che dovrebbe incarnare il rigore, la sobrietà e la terzietà: il Garante della privacy. Un paradosso che, più che imbarazzare, interroga.
Perché qui non siamo davanti a qualche spesa discutibile o a una distrazione amministrativa. L’inchiesta della Procura di Roma e della Guardia di finanza – con l’ombra lunga della Corte dei conti sul possibile danno erariale – parla apertamente di “uso sistematico di denaro pubblico per finalità estranee al mandato”. Una formula che pesa come un macigno su un’Autorità indipendente, nata per tutelare i cittadini dagli abusi di potere e oggi sospettata di aver trasformato l’autonomia in arbitrio.
Il copione che emerge dalle carte è sempre lo stesso, tristemente noto nella storia delle nostre istituzioni: regole che esistono sulla carta e non vengono applicate, controlli interni ignorati, rilievi amministrativi aggirati, fino alla corsa tardiva a “sistemare” i verbali quando le inchieste giornalistiche – quelle di Report – rompono il velo del silenzio. L’“errore materiale” che compare a posteriori in un verbale già approvato è più di un dettaglio: è il sintomo di una cultura dell’opacità che considera la forma un fastidio e la sostanza un affare privato.
Il caso dell’affitto romano del presidente Pasquale Stanzione è emblematico. Non tanto per l’importo, pur rilevante, quanto per la logica sottesa: essere di fatto domiciliati a Roma e continuare a comportarsi come “fuori sede”, mettendo a carico dell’Autorità vitto, alloggio e forse trasporti. È una zona grigia che diventa nera quando il regolamento viene sistematicamente ignorato e quando perfino il segretario generale parla di aumenti “anomali” e tenta, invano, di fermare i pagamenti.
Ancora più inquietante è l’uso dell’auto blu. Non un privilegio simbolico, ma un servizio vincolato a “inderogabili ragioni di servizio”. E invece, secondo la Finanza, diventa mezzo per cliniche private, hotel di lusso, aeroporti, spostamenti che nulla hanno a che fare con il mandato pubblico. Qui la questione non è solo economica: è etica. Perché chi vigila sui diritti fondamentali non può permettersi l’ombra di un comportamento privatistico, pena la perdita di credibilità dell’intero sistema di garanzie.
Ma il punto più delicato, quello che trasforma un’inchiesta amministrativa in un caso politico, riguarda la multa a Report. Le chat da estrarre, le parole chiave (“Ranucci”, “multe”, “Report”), l’incontro di un componente del Garante nella sede di Fratelli d’Italia poche ore prima della sanzione: se anche solo una parte di questi sospetti trovasse conferma, saremmo di fronte a una ferita gravissima. Non alla privacy, ma alla democrazia. Perché un’Autorità di garanzia che subisce o accetta pressioni politiche smette di essere un argine e diventa un ingranaggio.
Che alcuni abbiano cambiato telefono dopo lo scandalo potrà anche essere una coincidenza. Ma è una coincidenza che dice molto del clima: quello di un’istituzione che, invece di chiarire fino in fondo, sembra arroccarsi nella difesa corporativa del “noi andiamo avanti”. Andare avanti dove, e soprattutto a spese di chi?
La vicenda del Garante della privacy ci restituisce un’immagine scomoda ma necessaria: l’indipendenza non è una patente morale a vita. Va esercitata, dimostrata, controllata. Altrimenti si trasforma nel suo contrario. E quando accade, non è solo una questione di scontrini, affitti o auto blu. È la fiducia dei cittadini che viene spesa — quella sì — senza possibilità di rimborso.
