C’è un passaggio silenzioso, ma decisivo, nella parabola dell’India di Narendra Modi: l’odio, dopo aver colpito a lungo i musulmani, ha trovato un nuovo bersaglio visibile, i cristiani. È un passaggio che dice molto non solo della radicalizzazione dell’ideologia nazionalista hindu, ma anche della fragilità crescente del pluralismo indiano, un tempo vanto costituzionale e culturale del subcontinente.

La scena di Raipur, alla vigilia di Natale, è emblematica. Un centro commerciale devastato, decorazioni natalizie distrutte, uomini armati di bastoni che interrompono celebrazioni pacifiche. Pochi arresti, rapide liberazioni, accoglienze trionfali davanti al carcere. E, sullo sfondo, il silenzio del potere centrale. Il giorno dopo, il primo ministro visita una chiesa cattolica a Nuova Delhi, ma senza una parola di condanna. È un gesto che pesa più di molte dichiarazioni: normalizza la violenza, la rende rumore di fondo.

Da anni l’India vive un’escalation di retorica dell’odio. Ma ciò che cambia ora è il perimetro del nemico. I cristiani rappresentano appena il 2,3% della popolazione. Non sono una forza demografica, né politica. Eppure diventano improvvisamente una minaccia esistenziale, accusati di “conversioni forzate”, di complotti, di erosione dell’identità hindu. È una dinamica nota: quando l’ideologia ha bisogno di consolidarsi, la realtà non basta più; servono fantasmi.

Il meccanismo è raffinato nella sua brutalità. Ogni scuola, ospedale, mensa, gesto caritativo viene reinterpretato come strumento di conquista. La solidarietà diventa inganno, l’educazione manipolazione, la cura un cavallo di Troia religioso. Non importa che i dati smentiscano queste narrazioni: da settant’anni la percentuale dei cristiani in India resta stabile. Ma nell’epoca della politica identitaria, la percezione conta più dei fatti.

Dietro questa deriva c’è una matrice ideologica precisa. L’idea dell’India come “nazione hindu” – coltivata da decenni negli ambienti del Rashtriya Swayamsevak Sangh – entra sempre più apertamente nel discorso pubblico. In questa visione, le minoranze religiose non sono cittadini con pari diritti, ma corpi estranei, residui di dominazioni straniere, potenziali traditori. Musulmani e cristiani diventano così “minacce gemelle”: diversi tra loro, ma ugualmente sospetti.

Non è un caso che l’odio cresca soprattutto negli Stati governati dal partito di Modi o dai suoi alleati. Non è nemmeno un caso che i picchi di violenza seguano momenti di difficoltà elettorale. Quando il consenso vacilla, l’identità viene radicalizzata. Quando l’economia non basta, si offre un nemico riconoscibile. È una strategia antica, ma sempre efficace: trasformare la paura in collante politico.

Le conseguenze, però, non sono simboliche. Sono concrete, quotidiane. Chiese costrette a chiedere protezione di polizia per celebrare il Natale. Bambini ciechi aggrediti durante un pranzo festivo. Ragazze intimidite per strada. Scuole minacciate. Tutto questo in un Paese che, sulla carta, si definisce laico e pluralista. È qui che la contraddizione diventa insostenibile: uno Stato che celebra la diversità mentre tollera chi la distrugge.

La storia insegna che l’odio non si ferma mai al primo bersaglio. Oggi sono i cristiani, ieri i musulmani, domani chiunque non rientri nello schema dell’“hindu autentico”. Quando la maggioranza si percepisce come vittima, ogni violenza diventa difesa preventiva. E quando la difesa diventa norma, lo Stato di diritto comincia a dissolversi dall’interno.

L’India è a un bivio. Può scegliere di restare fedele alla sua promessa originaria – quella di una nazione capace di tenere insieme lingue, fedi, culture – oppure può scivolare definitivamente in una democrazia etnica, dove la cittadinanza è graduata in base all’identità religiosa. La spirale dell’odio non è un incidente di percorso: è una scelta politica. E come tutte le scelte, prima o poi, chiede il conto.