C’è un momento, nella storia dei popoli, in cui le parole tornano a pesare più delle esplosioni. È accaduto domenica 4 gennaio, quando Papa Leone XIV, al termine dell’Angelus, ha rotto il silenzio sulla Venezuela ferita, colpita, umiliata. Lo ha fatto senza slogan e senza ambiguità, con il linguaggio che appartiene alla Chiesa quando rifiuta di farsi ancella dei potenti: il linguaggio del bene del popolo, della sovranità violata, della pace possibile.
Mentre Caracas era ancora scossa dall’intervento armato statunitense – bombardamenti mirati, incursioni delle forze speciali, decine di vittime civili e militari – il Papa ha scelto una strada diversa da quella della propaganda e della contrapposizione ideologica. Ha ricordato ciò che spesso viene rimosso nei calcoli geopolitici: che nessuna “operazione” può essere giusta se sacrifica un popolo, che nessuna stabilità nasce dalla forza, che la violenza, anche quando si traveste da legalità, genera solo altra violenza.
Il Pontefice non ha difeso uomini o regimi. Ha difeso un principio più scomodo: il primato del bene comune. Ha parlato di Costituzione, di Stato di diritto, di diritti umani e civili “di ognuno e di tutti”, parole che non appartengono né ai vincitori né ai vinti, ma alla grammatica minima della convivenza. E lo ha fatto affidando la Venezuela non a strategie, ma all’intercessione dei suoi santi: la Madonna di Coromoto, José Gregorio Hernández, suor Carmen Rendiles. Un gesto tutt’altro che devozionale: è la memoria viva di un popolo che non può essere ridotto a dossier.
Quelle parole hanno trovato eco immediata nella Chiesa venezuelana. I vescovi, con una sobrietà che è già testimonianza, hanno chiesto di rifiutare “ogni tipo di violenza” e di tenere aperte le mani, non i pugni. Hanno parlato di speranza e preghiera non come fuga, ma come resistenza morale. In un Paese dove regna una calma tesa, dove le persone accumulano viveri e domande, la partecipazione quasi normale alle celebrazioni eucaristiche del giorno dopo l’attacco è un segno che dice molto: la fede come ultimo spazio non occupato dalle armi.
Non è un caso che, poche ore dopo, anche il CELAM e numerose Conferenze episcopali abbiano espresso solidarietà. La Chiesa latinoamericana sa riconoscere i segni dei tempi perché li ha spesso pagati sulla propria pelle. E Leone XIV lo ha ribadito anche davanti al corpo diplomatico: quando la diplomazia della forza sostituisce quella del dialogo, il mondo torna indietro. Si spezza un principio nato dalle macerie della Seconda guerra mondiale: il divieto di usare la forza per violare le frontiere altrui.
C’è in queste prese di posizione una linea coerente, che attraversa Ucraina, Gaza, Taiwan, Caraibi: la guerra “di moda”, l’entusiasmo bellico, l’illusione che la storia possa essere corretta con i missili. È qui che il Papa richiama sant’Agostino e la Città di Dio: le false letture della storia producono mostri, perché scambiano la potenza per giustizia e il successo per verità.
Le parole dell’episcopato venezuelano vanno nella stessa direzione. Parlano di dignità della persona, di tolleranza, di bene comune, di responsabilità nazionale. Ricordano che il cambiamento, se ci sarà, non può essere imposto dall’esterno né confiscato da élite, ma deve nascere dalla partecipazione del popolo, nel rispetto della Costituzione. E chiedono alla comunità internazionale aiuto, sì, ma non sanzioni cieche che colpiscono sempre i più poveri.
In mezzo a narrazioni contrapposte, la Chiesa non offre una terza via comoda, ma una via esigente: quella della verità senza violenza. Non assolve i peccati del potere, ma rifiuta la logica del capro espiatorio globale. Non benedice i bombardamenti, ma accompagna chi soffre. È una posizione che espone, che non raccoglie applausi immediati, ma che salva la coscienza.
Forse è questo, oggi, il vero scandalo evangelico: ricordare che la pace non è il risultato di un blitz notturno, ma di una giustizia paziente. E che, anche quando il mondo sembra sprofondare nel rumore delle armi, qualcuno deve continuare a parlare a bassa voce, perché quella voce – alla lunga – è l’unica che resta.
