Israele ha bloccato le ONG a Gaza. Celebrità verificano le condizioni dei profughi

Angelina Jolie non ha annunciato nulla, non ha convocato conferenze stampa né diffuso proclami. È arrivata e basta. Venerdì 2 gennaio l’attrice americana ha attraversato il lato egiziano del valico di Rafah, la soglia chiusa che separa Gaza dal resto del mondo, nel momento in cui Israele ha deciso di limitare drasticamente l’operato di decine di organizzazioni umanitarie internazionali. Una presenza silenziosa, ma politicamente e simbolicamente eloquente.

Non era una visita di cortesia. Jolie è andata a vedere. A parlare con le autorità locali, con gli operatori della Mezzaluna Rossa, con i camionisti che trasportano aiuti, con i medici che curano i palestinesi trasferiti in Egitto. Ha osservato i magazzini logistici, il flusso rallentato – spesso insufficiente – di cibo, carburante e medicinali diretti verso una Striscia devastata da oltre due anni di guerra. Ha fatto ciò che da vent’anni considera essenziale: stare sul campo, senza delegare lo sguardo.

Il tempismo non è casuale. La sua visita arriva mentre l’ingresso degli aiuti resta ben al di sotto di quanto previsto dagli accordi di cessate il fuoco e mentre cresce la denuncia, da parte delle ONG e della popolazione civile, di un blocco che continua a colpire i più vulnerabili. In questo contesto, la scelta di Jolie assume un valore che va oltre la solidarietà: è un atto di testimonianza.

Da tempo l’attrice ha deciso di non limitarsi al ruolo di ambasciatrice simbolica. Dopo oltre dieci anni come inviata speciale dell’UNHCR, ha lasciato l’incarico per lavorare direttamente con organizzazioni radicate nei territori colpiti dai conflitti, convinta che la voce di chi vive la guerra debba essere rimessa al centro. Non è una rottura con le Nazioni Unite, ma una presa di posizione: l’umanitario non può diventare burocrazia, né restare intrappolato nelle logiche della diplomazia.

La visita a Rafah si inserisce in una traiettoria coerente. Solo poche settimane fa Jolie era a Kherson, nel sud dell’Ucraina, tra bombardamenti quotidiani e ospedali per madri e bambini. Prima ancora a Leopoli, a Kramatorsk, accanto ai feriti. Non luoghi simbolici, ma ferite aperte. Non tappeti rossi, ma corridoi d’emergenza.

Certo, resta la domanda che accompagna sempre le star impegnate: quanto incide davvero la presenza di una celebrità? Nel caso di Jolie, la risposta non è semplice ma nemmeno cinica. La sua notorietà apre porte, accende riflettori, costringe governi e opinioni pubbliche a guardare dove spesso preferiscono distogliere lo sguardo. Ma non sostituisce il lavoro umanitario, lo accompagna. E soprattutto lo espone: perché scegliere Rafah oggi significa anche esporsi alle critiche, alle accuse di parzialità, alla polarizzazione di uno dei conflitti più laceranti del nostro tempo.

Angelina Jolie non propone soluzioni politiche, né pretende di parlare a nome delle vittime. Sta, osserva, ascolta. È poco? Forse. Ma in un mondo in cui la guerra rischia di diventare rumore di fondo e i numeri sostituiscono i volti, anche questo gesto ha un peso. Ricorda che dietro le statistiche – oltre 71.000 morti a Gaza, secondo le autorità sanitarie locali – ci sono corpi, famiglie, bambini, feriti che aspettano cure.

In fondo, la forza di questa visita sta proprio nella sua sobrietà. Non c’è retorica salvifica, né messianismo occidentale. C’è una donna che usa il capitale simbolico della propria fama per stare su un confine chiuso, dove la politica si inceppa e l’umanità rischia di restare senza voce. In tempi di guerre raccontate a distanza, non è poco.