La decisione di Papa Leone XIV di nominare Manuel de Jesús Rodríguez vescovo di Palm Beach non è una scelta neutra. È, al contrario, una nomina altamente simbolica, quasi una parabola ecclesiale collocata nel luogo dove il potere politico americano ama specchiarsi: la Florida di Palm Beach, la diocesi che ospita Mar-a-Lago, la residenza privata del presidente Donald Trump, da lui stesso definita “il centro dell’universo”.
Eppure, al centro di questa nuova costellazione episcopale non viene posto un uomo di apparato, né un vescovo “di sistema”, ma un parroco migrante, figlio della Repubblica Dominicana, cresciuto pastoralmente nel Queens, tra famiglie ispaniche segnate dalla precarietà, dalla paura delle deportazioni, dalla fragilità quotidiana. Un vescovo che confessa candidamente di essere “un po’ spaventato”, ma che affida il suo futuro non alle protezioni politiche, bensì all’assistenza di Dio.
C’è in questa nomina una precisa scelta di campo: non ideologica, ma evangelica. Rodríguez non è un militante, non è un tribuno. È un pastore che ha visto morire più di cento parrocchiani durante il Covid, che conosce i nomi dei bambini nati americani con genitori irregolari, che ha accompagnato famiglie costrette a firmare dichiarazioni per affidare i figli, nel timore di essere portate via all’improvviso. È un vescovo che parla dell’immigrazione non come categoria astratta, ma come ferita concreta del corpo ecclesiale.
Il dato più interessante è il suo linguaggio. Rodríguez non insulta il presidente, non demonizza lo Stato, non nega il diritto delle nazioni a controllare i confini. Ma pone una linea chiara: la legge non può calpestare la dignità, e l’applicazione delle norme non può trasformarsi in persecuzione dei più deboli. Deportare bambini, terrorizzare famiglie che non hanno commesso alcun reato, impedire ai fedeli di andare a Messa o di curarsi non è esercizio di sovranità: è smarrimento morale.
In questo senso, Palm Beach diventa un laboratorio delicatissimo. È una diocesi benestante, potente, simbolica. Mettervi un vescovo che viene dalle periferie migranti di New York significa dire che la Chiesa non governa per prossimità al potere, ma per fedeltà al Vangelo. È una scelta che dialoga apertamente con le prese di posizione della Conferenza episcopale statunitense, che ha denunciato senza ambiguità la “demonizzazione” dei migranti e la paura diffusa nelle comunità cattoliche.
Non è un caso che questa nomina arrivi a ridosso della fine dell’era di Timothy Dolan a New York, figura abile nei rapporti istituzionali e vicina a Trump. Con Rodríguez, Papa Leone XIV sembra indicare una nuova grammatica episcopale: meno cappellania del potere, più custodia delle ferite; meno presenza cerimoniale, più testimonianza incarnata.
Rodríguez non nega i problemi dell’immigrazione. Ma rifiuta una narrazione tossica che divide il mondo tra “buoni cittadini” e “inermi colpevoli”. Ricorda che i migranti hanno costruito l’America, che condividono valori fondamentali, che lavorano duramente, che chiedono rispetto, non privilegi. È una posizione che non appartiene né alla destra né alla sinistra, ma alla tradizione sociale della Chiesa, riaffermata con chiarezza dai vescovi statunitensi e ora sostenuta apertamente dal Papa.
In definitiva, la nomina di Manuel Rodríguez a Palm Beach è un messaggio chiaro: il Vangelo non si sposta verso il potere, ma chiede al potere di lasciarsi interrogare. Anche – e soprattutto – quando abita a pochi chilometri dal “centro dell’universo”.
