La Meloni “bastona” come se fosse il capo dell’opposizione e non del governo in carica

Ogni Atreju di governo assomiglia sempre di più a una messa in scena del potere che si autoassolve. Le auto blu che intasano il centro di Roma, i dirigenti che fanno la fila, gli ospiti che accettano l’invito non per convinzione ma “per campare”. E poi il comizio finale della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che invece di parlare come capo di un esecutivo da oltre tre anni continua a usare il lessico e il tono della leader assediata, circondata da nemici, traditori, giudici ostili, sindacati in malafede, giornalisti sgraditi.

Il paradosso è tutto qui: più Meloni governa, più parla come se fosse all’opposizione. Un vittimismo che sarebbe eccessivo persino per un piccolo partito minoritario e che diventa quasi grottesco quando a praticarlo è chi guida una maggioranza solida, alleata con forze che hanno governato il Paese anche prima, compreso il periodo Draghi. Sono passati quasi cinque anni dall’ultima maggioranza di centrosinistra. Continuare a evocarla come causa di ogni male italiano non è più polemica politica: è rimozione della responsabilità.

Il Paese raccontato dal palco di Atreju è una Fantàsia rassicurante. Lo spread è basso, le agenzie di rating “promuovono” l’Italia, i titoli di Stato tornano nelle mani degli italiani, l’occupazione vola, il Sud diventa locomotiva, la sanità riceve risorse “mai viste”. Tutto vero, a pezzi. Ma mai tutto insieme, mai fino in fondo.

Lo spread oggi è effettivamente intorno ai 70 punti base, circa un terzo rispetto ai 233 dell’insediamento del governo nell’ottobre 2022. Ma la sua discesa è dovuta in larga parte all’aumento dei rendimenti tedeschi, non a un miracolo italiano isolato. Le agenzie di rating hanno migliorato il giudizio sul nostro debito, portandolo a BBB+, Baa2, livelli migliori di prima, ma ancora lontanissimi dalla “Serie A” finanziaria evocata dal palco. È una promozione prudente, non un trionfo.

Anche la narrazione della “fiducia degli italiani” che investono nei titoli di Stato regge solo in parte. È vero che la quota di debito detenuta dalle famiglie è salita fino a circa il 13 per cento, ma la crescita era iniziata prima di Meloni, sotto Draghi, e oggi si è stabilizzata. Contano soprattutto due fattori: rendimenti più alti e strumenti pensati appositamente per il risparmio retail, come i BTP Valore. Più che fiducia, convenienza.

Sull’economia reale, poi, il racconto si incrina. Nel 2025 l’Italia crescerà dello 0,4 per cento, contro una media Ue dell’1,1. La produzione industriale è ferma, i salari restano tra i più bassi d’Europa, e la timida ripresa del 2024 arriva dopo anni di declino ed è comunque più debole rispetto alla media europea. Persino quando i numeri migliorano, migliorano meno che altrove.

Meloni parla di occupazione record, e i dati ISTAT confermano oltre 24 milioni di occupati e una disoccupazione al 6 per cento, la più bassa dal 2007. Ma questa dinamica è iniziata prima dell’attuale governo, riguarda tutta l’Europa e in Italia coinvolge soprattutto le fasce d’età più alte, anche per effetto dell’innalzamento dell’età pensionabile. Il tasso di occupazione resta il più basso dell’Unione.

Sul PNRR l’Italia ha ottenuto l’ottava rata ed è tra i Paesi più diligenti nel raggiungimento dei traguardi, ma non è “capofila” nella spesa. Altri Stati hanno percentuali più alte di obiettivi centrati e, soprattutto, la Corte dei conti e l’Ufficio parlamentare di bilancio continuano a segnalare ritardi nella messa a terra effettiva dei fondi.

Nel discorso di Atreju c’è spazio per attaccare i sindacati, accusati di silenzio su Stellantis, ma non per dire cosa abbia fatto il governo per affrontare una crisi dell’automotive che in Italia appare più grave che altrove. Nessuna parola sull’ex Ilva, che affonda senza un piano industriale credibile, con lavoratori costretti a proteste estreme per essere ascoltati. Molto livore contro i “poteri forti”, nessun accenno alla più grande operazione bancaria dal dopoguerra — la partita Mps-Mediobanca-Generali — favorita dall’attuale assetto politico in un intreccio tutt’altro che antagonista con la finanza.

Sul Mezzogiorno, i dati mostrano una crescita superiore alla media nel 2023 e un record occupazionale dal 2004, ma secondo Svimez il motore vero sono investimenti e bonus avviati prima, non una “strategia completamente diversa”. Chiamare il Sud “locomotiva” resta un’immagine suggestiva, più che una descrizione strutturale.

E infine la sanità: 143 miliardi nel 2026, 17 in più rispetto al 2022. Numeri veri, ma comuni a quasi tutti i governi degli ultimi vent’anni. In rapporto al PIL e all’inflazione, la crescita è modesta e il potere d’acquisto delle risorse cambia poco.

Aprendo il comizio, Meloni ha citato Blaise Pascal e le ragioni del cuore. Forse, per Atreju 2026, potrebbe appuntarsi un’altra sua frase: dire sciocchezze per debolezza è umano; dirle di proposito, quando si governa, diventa insopportabile. Perché un Paese non ha bisogno di un racconto consolatorio, ma di una visione capace di parlare anche a chi non applaude sotto il palco.